LEZIONE DI ITALIANO
Di Patrizia Giurleo
La vita è memoria, scriveva Enzo Biagi. Vincenzo Consolo se ne è andato. Qualcuno lo ha ricordato.
Ricordi di maniera, ricordi di testa. Ma la memoria è qualcosa di più della somma dei ricordi.
E allora ritorna la ciclicità del ricordo: un cerchio che nel ‘900 e fino ad oggi è stato disegnato quasi esclusivamente da scrittori siciliani. A partire da Pirandello, Brancati, Vittorini, Quasimodo, Sciascia, Bufalino, Consolo e perfino il discutibile Camilleri che dipinge i siciliani come vorrebbero che fossero quelli del continente: tutto folclore e omertà, con il parlare dei verbi alla fine, con l’intercalare di proverbi e buon senso. Ad una professoressa di lettere come me il difficile compito di scegliere il grano dalla gramigna, la cultura dalla sub-cultura.
L’interculturalità è di moda. E questo è bene. Non è bene parlarne solo in termini di pianeti lontani da civilizzare, di immigrati da assimilare o da espellere. Non bisogna cercare l’immigrazione in un “altrove” che ci viene a trovare. L’altrove è qui. E’ Verga che scrive e vive LE VIE DI MILANO, è Piazza che scrive “Milanesi non si Nasce”, è Consolo che vive a Milano e che cerca a Milano il senso del vivere e del morire. Una prof di lettere che demarcasse con criteri diversi dallo stile per farne una questione dii campanile tra Verga e Manzoni verrebbe meno al suo compito di insegnamento vero. Agli insegnanti leghisti le divisioni provocate da una nebbia in Val Padana dietro la quale non c’è la Padania o ai meridionalisti invasi dallo Scirocco di sabbia dietro il quale non c’è la Sicania.
Questo- anche nelle letteratura- è educazione tout court, senza aggettivi.
“In ricordo di Vincenzo Consolo” articolo apparso su Scuolaoggi mi ha fatto riflettere.
E in tutta umiltà invito i colleghi a riflettere.
Esperienze che si incontrano all’interno di una valigia di ricordi: sono le realtà simili e convergenti di Vincenzo Consolo, autore di “ Retablo” e Vito Piazza, autore di “ Milanesi non si nasce”,libro edito da Sellerio; si tratta di due amici, cultori dei valori più veri della “sicilianità”, di quella consapevolezza di appartenere ad un’isola, che li ha visti deliberatamente partire ma che li ha sempre tenuti legati a sè, quasi l’ammaliante Calipso. Consolo rinasce nel ricordo di Piazza, è l’Ulisse errante, che cerca l’ubi consistam del proprio ego, della sua raminga esistenza, l’apice dell’autorealizzazione, la legalità che rende liberi, l’autosufficienza. Lo stato psicologico dell’”homo viator”, che ha attraversato cotanta letteratura da Dante a Joyce, non ha lasciato indenne neppure Consolo, scrittore siciliano, che nel ricordo vibrante di Vito Piazza rivive in tutto il suo fulgore emotivo, nella consistenza plastica dei ricordi, nel suo concitato vagheggiamento del passato. Quella di Consolo è una personalità forte, che si delinea tra gli slanci inquieti e smarriti di chi si stacca dolorosamente dal ventre natio, continuando ad agognare un ritorno. Perché la terra a cui è approdato, Milano, rende ancora più nostalgico l’Eden perduto dell’infanzia, che riappare tra nebulose di ricordi; perché la terra, in cui è sbarcato, è un duro scoglio, che non ha dato una risposta alla sua ricerca di giusti riconoscimenti. Il sogno di approdare in un luogo diverso dalla Sicilia, che gli calzava stretta, è rimasto un parossistico slancio. Lo slancio di chi già era naufrago nella sua terra e andava inevitabilmente alla ricerca di una realtà diversa, poi concretizzatasi in un nulla, nella barbarie delle ideologie estremiste, nel vuoto dei sentimenti più semplici. Attraverso il recupero memoriale dell’amico deceduto, Piazza vuole liberare l’essenza delle sensazioni vissute, per sottrarle alla contingenza del tempo e rompere l’incanto che le tiene prigioniere. Il passato, che li accomuna, emerge dal flusso della transitorietà e si sottrae attraverso la scrittura alla disintegrazione del tempo. Consolo, attraverso un’attenta lente puntata sul paesaggio siciliano, mitizzato e fotografato attraverso un calibrato impasto lessicale, ha condotto una strenua lotta contro il tempo, per salvare il patrimonio del suo io più autentico, fatto di immagini evanescenti, di odori, di colori, di ricordi sempre freschi e vivi, di sensazioni aurorali, di intermittenze del cuore, di oscillazioni casuali tra passato e futuro, tra partenze e ritorni, tra il nulla e l’eterno, tra la nostalgia ancestrale e la necessità di dilatare, ma mai recidere, il cordone ombelicale, che lo ha ininterrottamente tenuto legato alla sua Sicilia. La condizione di esule è necessità ineludibile per chi non vuole rimanere schiacciato da un destino annichilente, dal doversi accontentare di omologarsi agli altri, soffocando il brivido di essere se stesso, per mascherarsi o nascondersi dietro le parvenze di un Prometeo o di un Narciso qualsiasi. La Sicilia di Consolo è terra di tutti e di nessuno, la terra di chi, costretto ad allontanarsi, se la vede strappar via, perché in fondo chi emigra deve rassegnarsi a lasciare tutto, se vuole tollerare il dolore della separazione. Ma, ancor di più, deve credere in un sogno. La Sicilia da lontano riappare sempre in una colata di sensazioni, sentimenti e ricordi, percezioni che toccano il fondo oscuro dell’animo e si aggrovigliano tra desideri delusi e attese sempre rampanti. E’ la terra di quegli eroi anonimi, che Piazza con il suo “Milanesi non si nasce”, ha voluto restituire alla luce, attraverso spaccati di vita visti nella cruda essenzialità del suo fluire indistinto. Si tratta delle storie degli abitanti di Quarto Oggiaro, emigrati che, generazione dopo generazione, restano tali anche se nati e rinati a Milano; tra questi un vecchio “pensa al paese da cui si era partito, così piccolo e così diverso ad ogni passo, così pieno di palme e di profumo di zagare e di gelsomino…pensa a quel paese che lo ha mandato via povero, alla promessa che si era fatta, con un segno di croce, di ritornare ricco e importante”…disprezza quella Milano, che lo ha sfruttato e che alla fine gli ha dato il ben servito. La sua è una promessa disattesa, è l’angoscia del constatare che “un immigrato è per sempre, perché non si emigra nello spazio, ma nel tempo”e questo “stigma”rimane indelebile. L’integrazione è impossibile e “ritornare è inutile”. E’ un senso di opprimente smarrimento, che lacera chi ha lasciato per sempre il chiarore della luna, per ritrovarsi fagocitato da una vita senza colore, senza un raggio di sole, dallo squallore di case tutte uguali, di strade clonate, che non si possono amare e in cui ci si smarrisce, inghiottiti dalla solitudine, dalla monotonia del giorno sempre identico a se stesso , scandito dai rintocchi inclementi della sveglia, dall’esacerbazione del lavoro ripetuto e stanco, che converte l’humanitas in plus valore. La terra in cui si nasce è come il canto delle Sirene: è un’attrazione irrinunciabile, penetra nelle ossa, è la culla dei ricordi, è datrice di vita; la Sicilia, come la Zacinto foscoliana, è l’isola in cui agli echi del cuore si fondono richiami mitologici e rimandi letterari: è la dimora del Ciclope, di Eolo, del re Aceste, di Vulcano, è la patria di Verga, Sciascia, Quasimodo, Pirandello, Consolo. E’ il crogiolo delle idee più vivide, spesso soffocate dall’impotenza. E’ terra di mare, di sole, di vento, di virenti agavi e di aulenti agrumi, di forti passioni, di titaniche speranze, di illusioni mai estinte…perché il siciliano crede sempre fortemente nel riscatto, ma non lo cerca dentro di sé, ha bisogno di cercarlo altrove e così emigra” multas per gentes multaque per aequora vectus”.
