BENE L’IMPEGNO SUL RECLUTAMENTO, MA SI FACCIA DI PIÙ

Bene l’impegno, dichiarato dalla ministra Fedeli alle Commissioni Istruzione di Camera e Senato, per consolidare quanto più possibile i posti oggi funzionanti in organico di fatto, così da far crescere le possibilità di assunzione dalle GAE e dai concorsi; una direzione di marcia giusta, che apre a concreti e positivi risultati, ma non del tutto risolutiva. Va infatti affrontato e risolto anche il problema dei tanti precari, diverse migliaia, che coprono posti vacanti per l’intero anno, pur non essendo inseriti in graduatorie concorsuali. Persone senza le quali la scuola non potrebbe funzionare; sarebbe incomprensibile e ingiustificabile non tenerne conto mentre si ragiona, finalmente, di stabilizzazione dei precari della Pa. A questi docenti non si può lasciare, come unica prospettiva, il divieto di lavorare previsto dalla 107 dopo trentasei mesi di contratto a tempo determinato. Crediamo che qualche risposta possa e debba essere data anche con la delega sul reclutamento attualmente all’esame delle Camere, non limitandosi a ridisegnare percorsi e procedure concorsuali; ancorché riguardi solo la scuola secondaria, è chiaro che la questione non può rimanere circoscritta solo a quell’ambito, il problema tocca tutti gli ordini e gradi di scuola.

La stabilizzazione del lavoro è in realtà un obiettivo da assumere in termini generali, quindi le stesse ragioni devono valere per i tanti precari dell’area ATA, anch’essi sotto la spada di Damocle dei trentasei mesi previsti con la “Buona Scuola”, grazie alla quale le sanzioni per l’abuso di lavoro precario finiscono assurdamente per colpire il lavoratore anziché il datore di lavoro. Un’evidente anomalia, ma soprattutto una vergognosa ingiustizia che dev'essere assolutamente evitata.

Maddalena Gissi, segretaria generale Cisl Scuola

L’appello dei 600 e l’educazione linguistica in Italia

Si chiamava gruppo nazionale MCE  di ricerca e sperimentazione sulla lingua .

A metà anni 70 acquisì, integrandole nell’alveo delle tecniche di vita Freinet per l’espressione e la comunicazione, le dieci tesi per l’educazione linguistica democratica scritte dal Giscel con contribuiti di linguisti quali Tullio De Mauro.

I programmi del 1985 della scuola elementare, come già i programmi della scuola media del 1979, acquisivano molte di tali indicazioni, la cui onda lunga si ritrova anche nelle Indicazioni nazionali del 2012 per tutti gli ordini di scuola.

Si lavora a partire da testi che si leggono, si smontano, si sintetizzano con il compito affidato ad altri gruppi di espanderli, si rimontano, si riscrivono, interiorizzando progressivamente modelli di buoni testi.

Si parlava, nelle tesi, di educazione linguistica ( non di sola lingua italiana, con attenzione al plurilinguismo, alla pluralità di codici registri funzioni dall’oralità ai testi scritti) di riflessione linguistica, non di grammatica ma di esercizio paziente e condiviso di individuazione delle strutture portanti del testo e della molteplicità di varianti.

Si parlava di pianificazione nella costruzione del testo, di negoziazione di significati, di processi di lettura, di necessità di avere un progetto in base a cui andare a leggere. Si parlava di processi individuali e di processi di gruppo.

Al piano del testo inteso come sistema organico coerente interrelato di perviene, sosteneva Raffaele Simone, con un lavoro organizzato e verticale fra ordini di scuola entro e non prima del 18 anni. Se questo lavoro viene concordato e svolto.

Centrale, ad esempio, per un approccio corretto alla lingua, è il lavoro sull’oralità e il passaggio da un codice ristretto a un codice elaborato nella lingua scritta. Quindi è fondamentale che l’approccio al primo apprendimento sia un approccio di ricerca, ricco di risonanze affettive, di confronti con gli altri per scoprire aspetti comuni ed aspetti diversi delle rispettive esperienze, un approccio attento ai significati e alla loro rappresentazione scritta. La lingua come simbolizzazione dell’esperienza. Tale atteggiamento di scoperta, curiosità, ricerca, può così essere trasferito alle diverse dimensioni della lingua, pragmatiche, semantiche, sintattiche.

Solo questa padronanza del codice può consentire di acquisire consapevolezza dei diritti e di  sviluppare competenze democratiche di cittadinanza ( ‘la lingua rende liberi’ cfr. d. Milani).

Il GISCEL richiama puntualmente tali principi attraverso pubblicazioni, convegni, ricerche, con contributi di studiosi quali Alberto Sobrero, Valter Deon, Adriano Colombo, Maria Luisa Altieri Biagi,  Cristina Lavinio e del compianto De Mauro.

Se tali competenze non vengono adeguatamente attivate e sviluppate nella scuola bisogna chiedersi perché. Senza colpevolizzazioni sterili, perché la lingua come fattore di partecipazione, responsabilizzazione, orientamento nelle scelte, cittadinanza è affare di tutti.

Se è vero che i media hanno fortemente contribuito, come ribadiva De Mauro, all’alfabetizzazione di una popolazione ancora nel dopoguerra in notevole percentuale analfabeta o semianalfabeta, è vero altresì che attraverso televisione e altri media si è venuta incentivando, come sosteneva I. Calvino,  una diseducazione di massa, una scarsa abitudine all’argomentazione e alla riflessione sulle proprie emissioni. L’interazione veemente da ‘botta e risposta’ a cui assistiamo quotidianamente nei talk show con continue sovrapposizioni di interventi e nessuna possibilità di chiarificazioni e sintesi non agevola certo l’assimilazione di forme di interazione negoziale in cui si rispetta l’altro partendo dal presupposto che i suoi scopi sono quanto meno degni di ascolto quanto i  nostri.

A ciò si aggiunge una disabitudine a una scrittura meditata consapevole delle differenze profonde fra parlato e scritto, fra scrittura ellittica e immediata  e scrittura progettata mirata su destinatari autentici.

Solo la scuola può produrre il piacere di leggere con la ricaduta  sul piacere di scrivere e da questo, ricorsivamente, sul desiderio di leggere testi sempre nuovi e più elaborati.

I proclami non servono ad affrontare il problema dell’educazione linguistica, oggi reso quanto mai acuto dalla presenza di parlanti non nativi dotati di una propria lingua madre e da forme di comunicazione sempre più sintetica ed ellittica e dalla pervasività di un ‘itangliano’.

Come tutti i processi educativi, l’educazione linguistica ha bisogno di tempi lunghi e distesi. Si attacca ideologicamente la scuola di Lodi, Rodari, d. Milani come fossero prodotti del ’68. Coprendo la triste realtà che a scuola si continuano a fare attività senza senso e senza un reale aggancio con la vita dei soggetti.

Quindi le tesi sostenute come devono essere lette? Evidentemente come una critica a metodi rigidi meccanici astratti sterili.

Dunque, se una colpa della scuola ( ma anzitutto del Ministero con i suoi proclami in ‘ministeriese’ come sottolinea M. Cortellazzo su ‘La Tribuna’ del 6 febbraio) vi è, è esattamente il contrario di quanto afferma  l’appello dei 600. Viceversa da quanto chiede il ’gruppo di Firenze’  ispiratore dell’appello ( oltre che del mantenimento dei voti in decimi nel primo ciclo di istruzione nella recente delega alla legge 107) non si tratta di far giudicare i ragazzi di un ordine di scuola dai docenti dell’ordine successivo pretendendo maggior severità;  si tratta, viceversa, di liberare i docenti della primaria e della secondaria di primo grado dalla subalternità a un vecchio modello di scuola liceale astratto e non corrispondente alla complessità dell’attuale vita sociale e dei bisogni formativi di oggi. Eliminando così esercitazioni su modelli di analisi grammaticale decontestualizzati  estranei a ogni forma di vita   e di comunicazione reali e funzionali.

Restituendo a ciascun ordine di scuola dignità, autonomia, ricerca di stimoli adeguati, non di modelli avulsi dalle condizioni concrete della comunicazione, così da realizzare il dettato costituzionale della massima ricerca di parità di opportunità per tutti. Non sanzionando ma promuovendo.

Certo tale prospettiva richiede tutt’altra considerazione della professionalità da promuovere con una molteplicità di azioni formative ( al riguardo anche l’Università ha delle responsabilità se si guardano i piani di studio di scienze della formazione)  e del ‘ruolo sociale che gli insegnanti ricoprono’ ( cfr. Cortelazzo): di ogni ordine e grado.

Fortunatamente nella scuola ( primaria ma non solo) ci sono ancora insegnanti che credono in una lingua viva, nella grammatica della fantasia, che riescono ancora a testimoniare ai loro alunni quanto  possa essere appassionante leggere, scrivere, pensare.

Movimento di cooperazione educativa 

"Governo ricostruisca su questi temi un terreno di confronto"

- “L'emergenza occupazionale nel nostro Paese sta assumendo sempre più le caratteristiche di un'emergenza sociale, che colpisce prevalentemente una generazione, quella dei giovani, ormai schiacciati da un tasso di disoccupazione del 40%. Per invertire la tendenza occorre investire concretamente sui processi di istruzione e formazione: il Governo ricostruisca su questi temi un terreno di confronto con le forze economiche e sociali”. Così il segretario confederale della Cgil Giuseppe Massafra commenta i dati Istat diffusi oggi e l'annuncio del ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, Valeria Fedeli, di un Piano in 10 azioni per una scuola più aperta, inclusiva e innovativa.

Per il segretario confederale “se non si individuano subito soluzioni concrete, mettendo al centro della discussione politica il tema della condizione dei giovani, il nostro Paese avrà irrimediabilmente ipotecato il proprio futuro”. “Si tratta di decidere oggi quale debba essere la direzione di marcia per invertire la  tendenza - continua Massafra - e questa non può che passare dall'acquisizione della consapevolezza che investire sulla conoscenza sia uno dei capisaldi essenziali per costruire un'idea di sviluppo che punti sulla qualità”.

“Affermare un sistema di conoscenze adeguato - spiega il dirigente sindacale - significa garantire un investimento concreto sui processi di istruzione, formazione e acquisizione delle competenze che punti sulla via alta dello sviluppo, ma al tempo stesso - sottolinea - sollecitare il sistema d'impresa e il sistema pubblico a diventare sempre più ricettivo nel riconoscimento e nella valorizzazione di tali competenze”.

“Quello che occorre - conclude Massafra - è innanzitutto ricostruire un terreno di confronto e partecipazione che coinvolga l'insieme delle forze economiche e sociali per l'individuazione degli indirizzi strategici e per la loro concreta realizzazione”.



Ufficio Stampa CGIL Nazionale


La libera interpretazione della legge

Il legislatore dispone … i dirigenti scolastici fanno le orecchie da mercante.

 

La legge 107/15, al punto 4 del comma 14 dispone: “Il piano triennale dell’offerta formativa è elaborato dal collegio dei docenti sulla base  degli indirizzi per le attività della scuola e delle scelte di gestione e di amministrazione definiti dal dirigente scolastico.  Il piano è approvato dal consiglio d'istituto”.

 

Decodificando: Il consiglio d’istituto, organo strategico della scuola, elabora gli indirizzi generali per orientare l’attività definitoria del dirigente scolastico.

Il Collegio dei docenti, in base alle direttive del dirigente, elabora il piano e lo sottopone per l’approvazione dal consiglio d’istituto che ne verifica la corrispondenza con le indicazioni fornite.

 

Norma sistematicamente elusa: gli organigrammi disegnati dalle scuola, visibili in rete, mostrano inequivocabilmente l’insubordinazione. Il dirigente scolastico è collocato al vertice della struttura decisionale. Il consiglio d’istituto è declassato, le sue prerogative sono state usurpate.  

Tutto sotto silenzio: il ministero e gli organi di controllo sono latitanti.

SU MOBILITA' UN BUON CONTRATTO PER LAVORATORI E SCUOLE

Sottoscritta poco fa al MIUR l’ipotesi di contratto integrativo per la mobilità del personale scolastico nell’a.s. 2017/18. Sciolti gli ultimi nodi politici, si è giunti alla firma su un testo che contiene importanti novità, alcune delle quali particolarmente significative. Anzitutto una semplificazione delle procedure, prevedendo che con un’unica domanda si possano chiedere movimenti per la provincia di attuale titolarità e anche per altre province, per quanto riguarda sia la mobilità territoriale che quella professionale. Per i docenti, viene estesa a tutti la possibilità di richiedere il trasferimento non solo su ambiti territoriali, ma anche su singole istituzioni scolastiche, ed è questo sicuramente uno dei risultati politicamente più rilevanti. Sempre su singola istituzione scolastica verranno disposti, qualora necessario, i trasferimenti d’ufficio del personale perdente posto. In generale, per le situazioni di soprannumero o esubero la provincia costituirà il perimetro entro cui possono avvenire la mobilità d’ufficio o l’utilizzo. Di particolare rilievo, essendo questo l’ultimo nodo politico da sciogliere, la previsione di affidare alla contrattazione d’istituto l’individuazione dei criteri di assegnazione alle sedi scolastiche per il personale la cui titolarità è in un istituto che comprenda scuole ubicate in comuni diversi. Come è noto da quest’anno, a differenza di quanto avveniva in precedenza, per ogni istituzione scolastica è assegnato (per tutti gli ordini e gradi di scuola) un solo codice identificativo anche in presenza di indirizzi di studio diversi. Confermata inoltre l’eliminazione del vincolo di permanenza triennale nella provincia di assunzione. Il 60% dei posti disponibili sarà comunque riservato alle nuove assunzioni di personale docente.

Quello che abbiamo firmato è un buon contratto. Siamo convinti che possa servire a risolvere molte delle criticità da cui sono derivati l’anno scorso notevoli disagi per le persone e per le scuole. Fondamentale, per un sereno e ordinato avvio del prossimo anno scolastico, è che le procedure e le operazioni si concludano in tempo utile: per questo abbiamo voluto che si accelerasse quanto più possibile la firma del contratto”. Questo il commento a caldo di Maddalena Gissi, segretaria generale della Cisl Scuola, che aggiunge: “Ora ci dedicheremo alla sequenza contrattuale sulle modalità di assegnazione della sede ai docenti titolari di ambito. L’obiettivo, che l’Amministrazione ha dichiarato di condividere, è quello di definire regole che garantiscano imparzialità e trasparenza, assicurando anche il coinvolgimento del collegio docenti nella loro definizione”.