Se a protestare sono i presidi

Nel complicato mondo della scuola questa volta a protestare sono i presidi, o meglio i dirigenti scolastici (ds). Sono circa 8000 in Italia. Ma divisi in una moltitudine di sigle: sindacati confederali, autonomi e di ultima generazione (quelli dei ricorsi), associazioni, unioni e conferenze. Divisi anche sulle forme di protesta da adottare: dal sit-in alla direzione regionale mettendosi in ferie, allo sciopero della fame e della sete.

Comunque un denominatore comune esiste in questa iniziativa: la mancata perequazione economica con le altre dirigenze pubbliche e i carichi di lavoro divenuti insostenibili. Su tutto il resto i punti di vista sono i più disparati nella categoria, come del resto al di fuori di essa.

Nella qualifica “dirigente scolastico”, scolastico doveva essere un valore aggiunto e invece ne è diventato l’insuperabile limite. Lo Stato fa con i presidi quello che fa con i docenti, amministrativi e tecnici della scuola: li paga poco ma è molto accomodante su prestazioni, valutazione, mobilità, orari; non è interessato, al di là dei costi, a reclutamento, formazione, aggiornamento. Contro ogni idea di dirigenza, i dirigenti scolastici possono continuare a chiedere annualmente il trasferimento, la loro retribuzione tiene in poco conto la complessità della scuola, in nessun conto i risultati raggiunti dal singolo. Nelle settimane scorse è sembrata a tutti una grande vittoria il rinvio al prossimo anno dell’effetto della valutazione del ds sulla retribuzione di risultato!

L’attribuzione della dirigenza ai presidi ha avuto una indubbia efficacia all’interno della scuola, fornendo la possibilità all’Amministrazione scolastica di riversare su di essi ogni tipo di responsabilità, ma dando loro anche, in qualche misura, più autorità e potere. Compreso quello di scegliersi i collaboratori, che non sono certo le figure intermedie che pure dovrebbero esserci, selezionate per competenze ed esperienza, a condividere compiti e responsabilità in un’organizzazione complessa. Da un punto di vista politico il ds ondeggia paurosamente tra rappresentante dell’amministrazione scolastica e rappresentante della scuola autonoma. Da una parte subisce il fascino del potere centrale, più forte, dall’altro vive, per la sua origine, la centralità della didattica e tutte le problematiche della scuola e dei suoi abitanti. Un’esperienza esemplare ha fatto e sta facendo con la “buona scuola”: dall’altare alla polvere, da ipotetico detentore di un potere quasi assoluto a un più realistico gestore di accordi e direttive.

Dovrebbe riflettere bene, il ds, sul fatto che, al di là dei comportamenti discutibili tenuti dai sindacati di categoria, di sicuro non è stato sconfitto dalle altre componenti della scuola. Anzi sul fatto che non è uno sconfitto, ma una vittima. Sconfitta in tutti questi anni, gli stessi da quando lui è dirigente, è la scuola autonoma. Quella che non c’è. Quella con un’autonomia seria, didattica, organizzativa e finanziaria. Una scuola che, seguendo indicazioni generali nazionali, sa individuare i bisogni formativi del territorio, fa le sue scelte di didattica e di personale, e risponde dei risultati. Questa è la scuola in cui si doveva e si deve incardinare la dirigenza scolastica, questa è la scuola nella quale il dirigente scolastico deve esercitare la sua funzione, la sua autorità, la sua capacità di coordinare e coinvolgere. Insieme alla sua scuola egli sarà pronto ad essere valutato e a pagare il prezzo più alto in caso di insuccesso.  Ma per questa funzione nella scuola dell’autonomia egli ha diritto a rivendicare, con il sostegno di tutte le componenti, la retribuzione da dirigente, da dirigente scolastico.