Nove vicende, nove storie di vita vissuta che coprono un arco di tempo lungo e frastagliato: dai fervori entusiasmanti del ’68 ai giorni nostri. La forma letteraria del racconto assunta come espediente stilistico per proporre non solo passioni, entusiasmi - e coerenze - di una vita –, ma anche convinzioni, riflessioni spesso amare su questa nostra stagione così disorientante e spesso avvilente. Sto parlando di "Educo, ergo sum", titolo non felicissimo di un libro appassionante e molto stimolante.
Dicevo: nove storie. Ma "storie"? Direi piuttosto frammenti di vita, vicende recuperate dalla memoria per riproporre significati, chiavi di lettura dell’oggi o in ogni caso convinzioni, fedi (sempre profondamente laiche), idee di futuro da consegnare ai giovani. E raccontate con uno stile fluido, narrativo, riflessivo anche quando presenta vicende entusiasmanti; scelto per parlare al lettore senza avanzare pretese, ma anche senza ambiguità o infingimenti. Da questo punto di vista ( e non solo), libro profondamente autobiografico, per chi conosce e ha frequentato l’Autore.
Nove episodi, dicevo. Se possiamo definire tale anche il lungo dialogo dell’ultimo "pezzo" che raccoglie le riflessioni sugli anni più recenti della nostra storia, politica, sindacale, civile. E le racconta nella forma del dialogo tra il protagonista e un amico ritrovato, che è un po’ l’’antagonistès’ dei dialoghi della letteratura classica: la figura-pretesto per argomentare, convincere, attraverso ragionamenti articolati, ma piani, suasivi, pur nella passione che si coglie facilmente nel racconto.
Non è difficile infatti vedere, nei chiari tratti comuni e negli elementi identitari fortemente marcati dei vari protagonisti, un unico personaggio, che, in vesti diverse, attraversa le vicende di un quarantennio che hanno per scenario i diversi luoghi dell’educazione. Sia che si chiami Monica, l’insegnante battagliera de "Il mistero del voto" che denuncia "il deserto di impegno e di etica professionale" della sua scuola. O Andrea, il personaggio della prima "storia" (forse l’unica che possiamo definire propriamente tale), che vive - nel segno di un personaggio mito della nostra generazione: Danilo Dolci - una esperienza appassionante e anche drammatica nella Sicilia di fine anni ‘60.
Oppure Nora, l’insegnante di sostegno risoluta, competente e coraggiosa di "La diversità è un mistero", che, dapprima isolata e poi sempre più dentro un clima di collaborazione, riesce a portare alla promozione "a pieni voti , con merito acclamato" una ragazzina disabile, Chiara, inizialmente solo fonte di preoccupazione, un peso ingombrante che non lasciava intravedere nessuna speranza, nessun futuro.
O che si chiami Carlo, maestro elementare di fresca nomina, nel racconto "Miracoli ordinari", ambientato nella Genova dei primi anni ’70: appassionato del suo lavoro e forte di una tensione ideale a cui si accompagna sempre l’impegno per la crescita professionale.
Una breve parentesi a questo punto: per evidenziare come in questo racconto è possibile leggere il richiamo riconoscente a due "maestri", entrambi attivi nella scuola di base, entrambi con un’anima di "sinistra"- nel senso di attenta ai problemi emancipazione e riscatto dei più deboli e svantaggiati - entrambi sperimentatori di tecniche didattiche volte a coinvolgere il ragazzo nella completezza della sua persona, corpo e mente. Si tratta di Bruno Ciari, l’antesignano di "una scuola a tempo pieno in cui non c’è più lo scorrere burocratico del libro di testo, ma la predisposizione attenta di materiali e tecniche pensate per valorizzare al meglio le capacità dei bambini"; e di Alberto Alberti, di cui si apprezza soprattutto "una passione costante per un cambiamento sociale atteso, il rigore delle metodologie didattiche (….), la riflessione sull’esperienza fatta a scuola, nelle borgate romane". Chiusa parentesi.
Si chiama invece Franco il protagonista di "Bisogno di futuro", già sindacalista della CGIL, che rilegge dopo molti anni la storia della sinistra – e del PCI in primo luogo – in chiave critica e si interroga sulle ragioni per le quali le ideologie che avevano avuto "l’ambizione di prevedere il futuro erano miseramente fallite". Anche qui due miti per imparare a guardare al futuro con occhi nuovi: don Luigi, un prete scomodo, "una mente libera, anticonformista, coraggiosa", la cui frequentazione l’aveva arricchito e aperto al valore del confronto e del dubbio, e Bruno Trentin, nei cui occhi aveva imparato a leggere "il desiderio di capire, apprendere, studiare, misurarsi col cambiamento possibile".
Lucia di "Non uno di meno" è invece il personaggio intorno a cui ruota il racconto di una storia dolorosa, quella di un ragazzo, Mark, figlio di una prostituta dell’Est, morta di AIDS quando lui aveva nove anni. Lucia è una preside che, al tempo del Ministero di Luigi Berlinguer, aveva accettato di seguirlo a Roma in quella avventura che aveva aperto speranze inusitate al mondo della scuola; e che, finita quella stagione, e subentrata la Moratti in Viale Trastevere, aveva rassegnato le dimissioni ed era tornata a fare la preside.
La vicenda di Mark, il ragazzo difficile che tutti rifiutano, è anch’essa di quelle in cui il coraggio, la competenza professionale e il calore umano dell’educatore appassionato - in questo caso una preside sui generis - rendono possibile l’accoglienza e l’integrazione di uno studente straniero difficile, vincendo paure e pregiudizi dei diversi soggetti in campo.
Nel racconto successivo ("Nel nome del popolo italiano") , è il protagonista a raccontare in prima persona le vicende dolorose di ragazzi minorenni nelle quali è coinvolto in quanto giudice onorario nel Tribunale per i minori di Roma. E qui, nella descrizione delle varie storie e dei drammi che ci sono dietro, quello che l’Autore sembra voler mettere in prima fila è la saggezza e l’umanità del giudice per le udienze preliminari (GUP), Maria Teresa Spagnoletti, col quale era stato chiamato a lavorare.
Tra le varie vicende narrate, quella in cui è più evidente la "statura educativa" del GUP è senz’altro l’occupazione di un liceo di Roma da parte degli studenti. Ma è anche l’episodio che permette all’Autore di mettere sotto la lente di ingrandimento il perbenismo delle famiglie coinvolte e il senso di conformismo e di irresponsabilità di cui sono portatrici.
Il messaggio educativo è proprio dentro le parole che il GUP pronuncia, dopo aver emesso la sentenza, prima rivolgendosi agli studenti, ai quali richiama l’importanza fondamentale del consenso e della collaborazione, laddove si tentino strade diverse e rischiose (a proposito dell’occupazione); poi ricordando a insegnanti e presidi che, se l’etica della responsabilità non diventa "il principio ispiratore di ogni azione" educativa, nessuna crescita è possibile.
Nelle precedenti rapide sintesi dei vari episodi del libro, è, credo, possibile cogliere le fil rouge del libro: i temi, le visioni, le passioni dell’autore e la centralità del tema dell’educazione non solo sul terreno del sistema scuola, ma dell’intero tessuto sociale di un paese che voglia guardare al futuro con occhi non distratti, ma vogliosi di una nuova stagione dove equità, uguaglianza, laicità, riscatto diventino parole chiave.
Già richiamavo, all’inizio, il dialogo del "De Educazione", titolo piuttosto impegnativo, sotto il quale il protagonista, Filippo, propone, sempre nella forma appassionata di chi "ci crede", le sue amarezze di fronte ad un sistema scuola che fa acqua da tutte le parti e per il quale non sembra vedere possibili vie d’uscita. E’ impietosa la sua argomentazione anche nei confronti del suo sindacato, la CGIL, che pure è il grande amore della sua vita, relativamente ad alcune questioni (stato giuridico e codice deontologico, la valutazione del personale - a partire dalla valutazione delle scuole - e il riconoscimento delle professionalità…), rispetto ai quali lamenta arretratezze, miopia, conservatorismo e che vede vissute come veri e propri tabù. Il protagonista avverte al riguardo la necessità e l’urgenza di ragionamenti diversi, capaci di introdurre elementi di dinamismo dentro una situazione sempre più stagnante, che tende ad annullare ogni residua e mobilitante idea di futuro.
Mi piace tuttavia concludere questa nota, con il segnale positivo con il quale Filippo si congeda dal suo amico e compagno: "Hai ragione Sandro (…). Una certezza ce l’ho e la riscontro ogni giorno con i miei studenti. E’ una forza che mi fa dire che ce la faremo perché questa società, che oggi trionfa, ha uno sguardo breve, punta sull’immediatezza dell’utile, mentre quando parlo con i ragazzi vedo che hanno sete di valori duraturi, forti. …. E allora la scuola mi sembra un meraviglioso serbatoio di nuove energie, nuove speranze, di un cambiamento possibile. Ce la faremo." Così Filippo e con lui l’Autore. Beati loro.
Facciamo, comunque, ad entrambi, e a noi stessi, tantissimi auguri.
Antonio Valentino
Dario Missaglia, Educo ergo sum, Ediesse, 10 euro

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