Chi può dare un giudizio fermo e medita¬to sulle superiori italiane? Non i giovani che la frequentano, per eccesso di coinvolgimento e per immaturità, non gli adulti, fuori ormai da tempo. “I giovani che le hanno lasciate da poco e ne vedono i risultati. Al la¬voro, o all’università”, si è risposto Attilio Oliva, presidente di Tre¬eLLLe – “associazione apartitica e no profit che ha come scopo il miglioramento della qualità dei sistemi educativi”. Presentata lo scorso 21 maggio, presso l’Aula Magna Storica dell’Università di Siena, la nuova Ricerca realizzata dall’Associazione ha per titolo: La scuola vista dai giovani adulti. Indagine sulle opinioni dei 19-25enni nei confronti del sistema scolastico.
Dopo quella pubblicata nel 2004, La scuola vista dai cittadini, con obiettivi affini, ma riferita all’intera popolazione adulta del paese, ecco una nuova indagine per cogliere la percezione del sistema scolastico e gli orientamenti della popolazione giovanile intorno ad alcune questioni fondamentali dell’istruzione. I risultati sono molto interessanti e a tratti sorprendenti, considerato il segmento di popolazione coinvolto.

Caratteristiche della Ricerca
Le scelte scolastiche ed eventualmente universitarie compiute dai giovani, i rapporti con gli insegnanti, i valori trasmessi, la graduatoria delle materie, l’utilità per il futuro, il rapporto con la vita reale: questo e molto altro ancora nell’indagine - diretta da Giancarlo Gasperoni, professore di sociologia dell’Università di Bologna – che ha coinvolto un campione di 1.508 giovani, neodiplomati, universitari o lavoratori, residenti nei comuni di Lecce, Siena e Bologna. Nelle tabelle commentate, tuttavia, i risultati non vengono articolati per aree territoriali, perché le variazioni registrate sono del tutto marginali. Benché il sistema di istruzione nazionale presenti elementi oggettivamente più critici al Sud – si rileva nella Presentazione - questa situazione non incide apprezzabilmente sul vissuto soggettivo della scuola. I curricoli didattici e i modelli organizzativi della scuola italiana sono tendenzialmente uniformi, in virtù dell’assetto fortemente centralizzato che l’ha caratterizzata per oltre un secolo, e anche questo può aver contribuito a rendere più omogenei i giudizi dei giovani adulti.
La scuola nella percezione generale
Partiamo, per le nostre considerazioni, dalla domanda che richiede agli intervistati una valutazione generale della propria esperienza di scuola secondaria superiore, attraverso un parere sia sulle relazioni personali (con i compagni di classe e con gli insegnanti), che su aspetti sostanziali, come l’interesse delle materie insegnate, le competenze didattica degli insegnanti, i libri di testo, le aule e le strutture scolastiche.
I giudizi in maggioranza sono positivi solo per quanto riguarda “i rapporti con i compagni di classe”, mentre le aule e le strutture scolastiche (adeguatezza per l’insegnamento, pulizia, ordine, servizi) sono gli aspetti per i quali si esprime maggiore insoddisfazione.
Gli insegnanti se la cavano così così, come la scuola nel suo complesso: la loro “competenza didattica” (27% di giudizi positivi e 54% di giudizi intermedi) è comunque valutata meglio dei “rapporti personali” con gli studenti. La “professionalità” del corpo docente e l’“interesse delle materie” sono i fattori che più incidono sulla soddisfazione per l’esperienza scolastica, benché come si vedrà, siano pochi gli insegnanti capaci di “lasciare il segno”.
Lo scarso rendimento (in termini di apprendimenti) della scuola secondaria superiore italiana, rilevato da indagini comparative internazionali, induce a pensare che la qualità dell’istruzione lasci molto a desiderare. Tuttavia, questa situazione sembra sfuggire alla percezione dei giovani adulti dell’inchiesta, considerato che solo un quinto di loro si dichiara insoddisfatto degli insegnanti.
Un’altra domanda verte sulla capacità della scuola di essere agenzia di socializzazione dal forte valore aggiunto, sul piano della formazione culturale e dell’educazione civica, ( trasmettere ideali come “il rispetto degli altri, la lealtà, l’importanza dell’impegno, la giustizia, la solidarietà verso gli altri”… e fornire gli strumenti per risolvere problemi di tipo personale o quotidiano). I risultati, però, non sono particolarmente positivi: la maggioranza dei giovani (61%) ritiene che la scuola abbia insegnato loro poco o nulla. Ne consegue che l’istituzione non riesce ad integrare la trasmissione dei valori che avviene in ambito familiare. La situazione si presenta solo leggermente migliore ma sostanzialmente negativa (54%) anche per quanto concerne la percezione della capacità della scuola di far acquisire agli alunni competenze utili per la vita quotidiana e personale.
Dai banchi al lavoro
“Quanto è adeguato alle richieste del mercato del lavoro il livello di preparazione che ti ha dato la scuola?” I giudizi dei giovani sulle capacità della scuola di prepararli al mondo esterno, per esempio a quello del lavoro, appaiono piuttosto negativi. La maggioranza degli intervistati dichiara che la funzione professionalizzante della scuola sia “poco” o “per niente” adeguata; soltanto il 7% crede che l’istruzione ricevuta sia stata “molto” o “moltissimo” adeguata.
“Per certi versi è addirittura peggio”, chiarisce Attilio Oliva. “La maggior parte dei giovani, non ha avuto alcun contatto con il mondo del lavoro per mezzo della scuola” (ad esempio attraverso stage, tirocini, incontri, visite in aziende e altre iniziative). Per di più, fra coloro che hanno avuto esperienze di questo genere, il giudizio sulla loro utilità tende ad essere tiepido. Non sorprende dunque constatare che il 70% sostiene che “la scuola deve tenere in maggior conto il mercato del lavoro”.

La questione docente

La domanda: “Tra i tuoi insegnanti, c’è ne stato uno o una che ha esercitato su di te un’influenza positiva e decisiva?” (Con scelta possibile tra: nessuno, uno, diversi)
Un plauso contenuto, più di cortesia che veramente convinto, viene rivolto ai docenti, che rimangono figure dai contorni sfumati: la maggior parte dei giovani adulti interpellati dichiarano di essere stati influenzati, in maniera positiva, da uno o più insegnanti di scuola secondaria superiore. Ma il 45% di questi giovani che afferma di aver vissuto esperienze di questo tipo circoscrive l’influenza positiva a un solo docente (dato preoccupante, se si considera che nel corso dell’istruzione secondaria superiore si entra in contatto con almeno una decina di docenti, talvolta molti di più), mentre un quinto di loro ritiene che nessun docente abbia esercitato un’influenza positiva e decisiva sulla propria esperienza.
Inoltre, dalla ricerca emerge che l’interazione significativa con uno o più docenti è maggiormente diffusa fra quei giovani che provengono da ambienti familiari avvantaggiati e hanno avuto carriere scolastiche più brillanti: proprio gli alunni che avrebbero più bisogno di maggiori attenzioni sono quelli che meno percepiscono la “vicinanza” e quindi l’influenza positiva del docente.

“Dopo aver concluso la scuola secondaria superiore, tu e i tuoi compagni di studio quanto eravate in grado - secondo te - di dire chi erano stati gli insegnanti davvero bravi e meno bravi?” “I pareri coincidevano oppure erano discordanti?”
Alla prima delle due domande un quinto degli intervistati manifesta forti perplessità circa la capacità degli studenti di discernere fra i diversi livelli di qualità dell’insegnamento, ma la maggioranza ritiene, anche col senno di poi, che gli studenti siano in grado di individuare docenti bravi e meno bravi. Inoltre, quasi la metà degli intervistati dichiara che, ai tempi della scuola, le opinioni dei compagni di classe sulla maggiore o minore capacità dei docenti erano “del tutto concordanti”, e la grande maggioranza degli altri sostiene che la concordanza dei giudizi era comunque prevalente rispetto alla discordanza.
Nel complesso, dunque, paiono esserci le premesse per un coinvolgimento anche degli studenti in procedure di riconoscimento e di valorizzazione della professionalità dei docenti basate sul metodo della cosiddetta “reputazione documentata” (vedi il quaderno n. 4 dell’Associazione TreeLLLe: Quali insegnanti per la scuola dell’autonomia? Dati, analisi e proposte per valorizzare la professione, 2004).
Più italiano, inglese e informatica, meno latino
Il nucleo curricolare più importante riguarda competenze utili per una comunicazione efficace: inglese (82%), italiano (78%), tecnologie informatiche (72%). Un secondo gruppo di materie e di abilità, di rilievo secondario, hanno a che fare con la conoscenza della realtà sociale: l’educazione alla cittadinanza, la storia contemporanea. Le discipline matematiche e scientifiche assumono una posizione ancora più arretrata nella valutazione dei giovani: il sapere far di conto viene percepito come “molto” o “moltissimo” importante da appena la metà dei giovani; l’insegnamento e lo studio di fisica, chimica, biologia e scienze della terra vengono considerati “molto” o “moltissimo” importanti da poco più di un giovane su tre. Assai scarso, infine, il rilievo accordato allo studio della filosofia (utile secondo il 22% degli intervistati) e alla musica, compresa la sua pratica (13%). «E stiamo parlan¬do di una fa¬scia d’età in cui si dà per scontato che quello musicale sia un elemento im¬portante. Per certi versi è un segnale preoccupante, di sfiducia verso la scuola», specifica il professor Gasperoni.

Nel complesso, si rileva un’elevata convergenza fra le preferenze dei giovani e le indicazioni degli adulti registrate nella precedente ricerca del 2004: gli adulti hanno assegnato il primato alla capacità di esprimersi in italiano anziché all’inglese, e i giovani assegnano meno importanza alla matematica rispetto all’educazione civica, mentre gli adulti fanno il contrario. Ma, per il resto, l’ordine di importanza delle materie sottoposte ad entrambi i gruppi è lo stesso.
Quanto all’insegnamento del latino e del greco antico, gli orientamenti complessivi dei giovani sono favorevoli a un suo ridimensionamento (“Latino e Greco dovrebbero essere insegnati soltanto al liceo classico” per il 75% degli intervistati) e un’attenuazione della sua obbligatorietà (ormai da tempo, negli altri paesi europei e negli Usa sono perlopiù materie facoltative).
Conclusioni
In generale, dunque, un panorama non incoraggiante. Va detto che i dati presentati, in forma di sintesi, non permettono ancora un’analisi approfondita. Certo è che una indagine così densa e complessa, avrebbe bisogno di più di una riflessione per portare ad un giudizio calibrato e pertinente. Nell’impossibilità cercheremo di procedere per gradi.
Cominciamo dalla considerazione che addirittura un giovane su cinque ammette di aver compiuto una scelta almeno in parte sbagliata dopo aver completato la scuola media inferiore; scelta che, ”se potesse tornare indietro”, non confermerebbe. A riprova, se ce ne fosse bisogno, dell’esistenza di un sistema per orientamento scolastico che lascia ancora molto a desiderare, basato sul profitto e non capace di individuare le effettive attitudini, le propensioni, i diversi tipi di “intelligenza” dei nostri ragazzi.
Se la maggioranza dei giovani adulti riconoscono che a scuola servono maggiore disciplina, ordine e rispetto per l’autorità, non può essere ignorata la richiesta di una riflessione sul nostro “fare scuola”. Che auspicano più coinvolgente nell’approccio e nelle metodologie adottate e più sensato quanto ai contenuti e alle finalità che si prefigge. Né, tanto meno, può essere rimandata ulteriormente una analisi delle ragioni del forte e generalizzato malessere che dinamiche e prassi diffuse contribuiscono ad alimentare tra i banchi di scuola.

Tutto ciò, senza particolari differenze, considerati i risultati, tra le aree settentrionali, centrali e meridionali del paese. Qualità, problematiche e percezione del vissuto sono pressoché le stesse. Le origini familiari, al contrario, influiscono decisamente sull’esperienza scolastica: determinando spesso la scelta dell’indirizzo e i livelli di successo scolastico (più che le tendenze personali e le pratiche orientative agite alla fine della scuola secondaria di primo grado). A dimostrazione del fatto che la scuola ha ormai perso da tempo la sua funzione di ascensore sociale.
Non solo: poiché, come rivela la ricerca, alla maggior parte degli alunni la scuola non trasmette neppure ideali, anche per quanto riguarda la condivisione dei valori, i giovani possono contare solo sulla famiglia e le amicizie.

Dei giudizi negativi sulla capacità della scuola di preparali al futuro, al mondo del lavoro, al rapporto con la vita reale si è già detto. Non credo, tuttavia, sia sufficiente “far fuori” le materie che poco piacciono ai giovani, a favore dei saperi percepiti come socialmente utili, per dare risposta a questa sensazione di alienazione dal mondo reale. Le abilità e competenze preferite da questi giovani sono, come li definisce Salvatore Veca, filosofo e vicedirettore dello IUSS, “saperi utili a breve termine”. Saperi di cui, disponendone, si può prevedere un utilizzo nel proprio futuro; saperi che dicono come risolvere i problemi, ma non come “pensare” certe cose.
Tuttavia, conclude Gasperoni nel suo commento ai dati presentati, “se i giovani non percepiscono l’importanza delle scienze o della filosofia, la scuola deve impegnarsi affinché il rilievo di queste discipline venga pienamente colto e apprezzato dagli alunni.” Se non viene percepita l’importanza di una materia, difficilmente si raggiungeranno risultati positivi sul piano della formazione delle competenze.
Non nascondendoci che la tendenza è generale e che, in questo caso, nessuno può tirarsi indietro rispetto alle proprie responsabilità (a partire dalle culture diffuse da famiglie e mezzi di comunicazione), perché non raccogliere noi per primi, educatori ed operatori della scuola, la sfida che i nostri “ex studenti” ci lanciano? Per almeno cercare di vincerla?