Venerdì 28 maggio, il Consiglio dei Ministro ha licenziato i Regolamenti per gli Istituti Tecnici e Professionali, dei quali sono parti integranti
- l’allegato A sui profili educativi, culturali e professionali di settore,
- l’allegato B sui quadri orari e profili dei vari indirizzi 
-  la tabella di confluenza dei percorsi degli attuali istituti in quelli previsti per ciascun settore nel nuovo ordinamento.
Comincia adesso l’iter per l’acquisizione dei pareri delle commissioni parlamentari, della Conferenza Unificata Stato Regioni, del CNPI e del Consiglio di Stato, in vista dell’approvazione definitiva da parte del CdM, prevista per fine giugno.
Quindi, ancora un lasso di tempo per intervenire sui testi licenziati il 28 maggio e far sentire la voce delle scuole, delle associazioni, del mondo del lavoro e della ricerca.

Di ragionamenti al riguardo ne sono stati già fatti tanti in occasione dei continui aggiustamenti sui testi di regolamenti fatti girare in questi mesi. Il quadro complessivo non è cambiato molto e soprattutto non sempre è cambiato in meglio.

1. L.40, art. 13: riordino, settori, indirizzi e profili

La versione del 28 maggio più delle altre risente della ossessione del risparmio e sembra quasi accreditare l’idea che il riordino, che pure era stato pensato con la legge 40/2007 (Fioroni) come occasione per rilanciare nel paese il valore e l’importanza degli Istituti tecnici e professionali, - nettamente sganciati dal sistema dei licei previsti dalla L. 53/2005 (Moratti) -, si giustifichi essenzialmente in una logica di tagli soprattutto delle risorse professionali. Infatti, la frase che ricorre con una frequenza quasi ossessiva in tanti passaggi dell’articolato è: “….senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”.
Eppure, per quanto si presenti ancora indefinito il quadro complessivo, alcune scelte individuate dalla Commissione ministeriale, che ha operato dai tempi di Fioroni, possono avere il valore e il peso di interventi innovativi per il nostro sistema di istruzione superiore.
In queste considerazioni mi riferirò essenzialmente al testo di riordino dei Tecnici e mi concentrerò su alcune questioni su cui la riflessioni di questi mesi ha permesso approfondimenti e quindi approdi meno emotivi rispetto alle prime analisi.
Partiamo dall’unico cambiamento certo: la riduzione del quadro orario da 36 ore “didattiche” (in genere di 50 minuti) a 32 ore effettive (“di 60 minuti”, come si legge in comunicati di fonte ministeriale).

2. Nuovo Piano studi. Materie e quadro orario. Nuove discipline e compresenze

Tale riduzione condiziona, anche se – ovvio - solo parzialmente, i nuovi piani studio in cui alcune discipline scompaiono, altre si ridimensionano, alcune altre si rinominano, altre ancora vengono introdotte ex novo. Quello che qui interessa segnalare è che i due settori (l’Economico e il Tecnologico) di complessivi 11 indirizzi, nei quali si converte la miriade di specializzazioni dell’attuale ordinamento, hanno un’area di insegnamenti generali comuni e un’area di indirizzo. E questo sin dal primo biennio
Assumendo a riferimento il Settore Tecnologico (ma logiche analoghe si seguono anche nell’Economico), notiamo, nel primo biennio, la presenza di due nuove materie caratterizzanti: “Tecnologie informatiche” (al primo anno con 3 ore) e “Scienze e tecnologie applicate” (al secondo anno con 3 ore), mentre Fisica e Chimica si presentano distinte ma sotto una identica voce: “scienze integrate”. Si tratta di scelte che appaiono interessanti. Ma bisogna ancora capire come verranno tradotte nelle “Indicazioni Nazionali” a cui sta lavorando una apposita commissione. L’auspicio è che con la prima si tenda a sviluppare nei nostri studenti competenze informatiche di base che vadano possibilmente oltre quelle previste per il conseguimento della Parente Europea, e prevedano strategie di problem solving e comunicazione e interazione efficaci; e con la seconda si permetta un approccio orientativo propedeutico alle specializzazioni del triennio capace di prevenire delusioni e insuccessi e favorire scelte finalmente mirate e consapevoli. Praticamente un insegnamento che introduca gli studenti, soprattutto attraverso attività specifiche di laboratorio, a concetti come sistemi e impianti, progettazione e automazione, che attraversano le varie aree del settore.
Le due più pesanti criticità che emergono dal piano studi, almeno con riferimento al primo biennio, riguardano la diminuzione delle ore di copresenza nelle materie scientifiche (un terzo circa) e il numero ancora elevato di materie. La scelta di diminuire tali ore è in aperta contraddizione con la didattica laboratoriale, che pure si indica nell’art. 5 come scelta metodologica fondamentale, e costringerà ad approcci ancora una volta teorici e accademici. Non solo. Con essa si sottovalutano altresì i problemi di sicurezza nelle attività di laboratorio che non sono irrilevanti nella gestione delle classi del biennio. Sul numero delle materie va poi ribadito che 12 per anno sono ancora e sempre troppe. Siamo consapevoli dei problemi e delle difficoltà al riguardo; ma qualche tentativo di accorpamento di materie in insegnamenti unitari poteva essere fatto.

3. Spazi di flessibilità ed autonomia delle scuole. Le “articolazioni”

Tra le novità del nuovo impianto è da segnalare la introduzione di ampi “spazi di flessibilità” (in misura del 30% nel secondo biennio e del 35% nell’ultimo anno), “ferma restando la quota di autonomia del 20% dei curricolo”. Il senso di questa scelta: rendere possibile, a ciascun istituto, articolazioni delle aree di indirizzo, oltre a quelle già previste (per esempio, l’area di indirizzo “Elettronica ed elettrotecnica” è articolata in due opzioni, “Elettronica ed elettrotecnica” e “Automazione”). E ciò, “per corrispondere alle esigenze del territorio e ai fabbisogni formativi espressi dal mondo del lavoro e delle professioni”. Questa dell’aumento degli spazi di flessibilità è, tuttavia, una partita ancora aperta, perchè ambiti, criteri e modalità saranno definiti con un apposito decreto delegato, ma sempre comunque “nei limiti degli organici determinati a legislazione vigente”. Al riguardo c’è da richiamare che la possibilità di ulteriori articolazioni delle aree di indirizzo, in coerenza con le vocazioni e progetti di sviluppo territoriali, potrebbe risultare utile anche ai fini di un superamento dell’autoreferenzialità delle scuole, soprattutto se la si collega alla prevista istituzione di un Comitato Tecnico scientifico con esperti del mondo della ricerca, delle professioni e del lavoro. Sono comunque forti i timori che il decollo di questa innovazione sarà difficile se non impossibile, ove si consideri che il suo successo richiede flessibilità organizzativa nella formazione delle classi (per esempio, attraverso il ricorso a classi articolate) e la previsione di un organico funzionale. Ipotesi che, allo stato attuale, sono tabù.

4. Il nuovo impianto curricolare. Curricoli per competenze e EQF

La novità più consistente, ma ancora tutta da costruire, è però il superamento dell’attuale impianto curricolare che, come sappiamo, è tutto costruito su trame di argomenti monodisciplinari, il cui svolgimento mira allo sviluppo di conoscenze – e in alcuni casi di abilità - sostanzialmente isolate. Le nuove indicazioni nazionali per il curricolo, che saranno parte integrante di un prossimo Decreto ministeriale, metteranno al centro dell’attività didattica, oltre alle conoscenze e alle abilità, le competenze di cittadinanza (probabilmente) e le competenze previste dai profili di indirizzo del nuovo regolamento. Anche “in relazione alla Raccomandazione del parlamento europeo 23 aprile 2008 sulla costituzione del Quadro Europeo delle Qualifiche per l’apprendimento permanente (EQF)…”. (art. 5, comma 1a). Le stesse metodologie attraverso cui si realizzano i percorsi di insegnamento e apprendimento (dalla didattica laboratoriale, al lavoro per progetti, dagli stage e tirocini all’alternanza scuola- lavoro; dall’analisi e soluzione dei problemi, alla gestione di processi in contesti organizzati) sono tutte finalizzate allo sviluppo delle competenze (art. 5, comma 2e). Anche la previsione di un ambito organizzativo come il dipartimento che assorbe (senza eliminare, penso) l’articolazione del Collegio docenti in Gruppi disciplinari, è nell’ottica del superamento delle cristallizzazioni disciplinari; e quindi di un approccio pluridisciplinare ai saperi e di un lavorare per progetti in funzione dello sviluppo delle competenze previste dal profilo di indirizzo.
Al riguardo è veramente è il caso di dire che se son rose fioriranno.
Certamente si tratta di una sfida forte e importante che richiede lungimiranza e intelligenza da parte di tutti gli attori chiamati in campo, ma soprattutto da parte del Ministero che deve crederci ed è chiamato a investire. Qui la politica di un risparmio dissennato - a fronte di imprescindibili azioni di formazione, sperimentazione, accompagnamento e sostegno - potrebbe veramente essere una cattivissima consigliera.
Ancora un rilievo che ritengo importante su questo punto. Riguarda le competenze chiave di cittadinanza previste dal Regolamento sull’innalzamento dell’obbligo di istruzione: il grande assente dell’operazione “riordino” dell’Istruzione Tecnica. Si tratta di dimenticanza grave (se di dimenticanza si può parlare), contrastante tra l’altro con la scelta del regolamento dell’Istruzione professionale, che invece chiarisce con molta nettezza, a proposito di Profilo educativo, culturale e professionale, che “Il primo biennio è finalizzato al raggiungimento dei traguardi di competenza previsti dal nuovo obbligo di istruzione e dei relativi assi culturali”. E ribadisce che, anche in rapporto al profilo professionale, “assume un ruolo fondamentale l’acquisizione delle competenze chiave e dei requisiti di cittadinanza che consentono di arricchire la cultura professionale dello studente e di accrescere il suo valore in termini di occupabilità”. (Allegato A, 2.4).

5. I nuovi ambiti organizzativi

Già si è accennato ai Dipartimenti e ai Comitati Tecnico Scientifici (CTS) previsti come nuovi ambiti organizzativi degli Istituti Tecnici (e Professionali). Non si tratta di novità assolute per le nostre scuole. La loro valorizzazione ed estensione, assieme a quella dell’Ufficio Tecnico, è cosa buona purchè se ne fissino i paletti e se ne garantiscano le condizioni di successo. Che ancora una volta rinviano ad una pianificazione mirata degli interventi e a investimenti che, purtroppo, sono negati in partenza. Si dice, infatti, esplicitamente che i CTS si attivano “senza nuovi e maggiori oneri per la finanza pubblica”. Praticamente, “campa cavallo, che l’erba cresce”.
Sempre a proposito dei CTS è da sottolineare la presenza di esperti del mondo della ricerca e del lavoro, oltre che delle imprese, e chiarire il senso della prevista composizione paritetica. Che non è in sé cosa sbagliata o rischiosa (come alcuni temono). E non solo perché le sue funzioni sono solo consultive, ma perché vederla come una minaccia per l’autonomia delle scuole significa avere scarsa stima delle proprie competenze e capacità di interlocuzione e confronto, oltre a scarsa consapevolezza della propria identità. Tali criticità, seppure ci sono, vanno comunque superate. Il problema riguarda a mio avviso essenzialmente la fattibilità di tale scelta. Vanno previsti accorgimenti e disposizioni che coinvolgano per esempio in misura consistente gli enti locali e che garantiscano compatibilità, interesse e possibilità di incidere dei vari attori protagonisti.

6. Gli altri tasselli che mancano

Si è detto a più riprese degli importanti e numerosi tasselli mancanti. Sono tutti indicati nell’articolo 8 (Passaggio al nuovo regolamento). Il quadro pertanto allo stato attuale è tale che ogni valutazione complessiva è, se non impossibile, almeno molto difficile. Però l’indeterminatezza del quadro permette probabilmente di inserirsi positivamente su aspetti qualificanti del Regolamento. Una partita complessa e difficile è quella della rideterminazione dei quadri orario, con riferimento soprattutto alle ore di compresenza degli Insegnati Tecnico Pratici, dei quali andrebbero almeno riprecisate le funzioni e ridefinite le interazioni con l’insegnante che ancora oggi si chiama assurdamente “insegnante di teoria”.

7. Tempi e modi del riordino/riforma nel Regolamento approvato dal CM

Il testo licenziato dal Consiglio dei ministri il 29 maggio contiene una novità – rispetto alle precedenti versioni provvisorie – piuttosto preoccupante. Si precisa (art. 1, comma 2) che “Gli Istituti Tecnici (…. ) sono riorganizzati e potenziati a partire dalle classi prime e seconde funzionanti nell’anno scolastico 2010-2011 e secondo le norme contenute nel presente regolamento. Nel medesimo anno scolastico le terze e le quarte classi proseguono secondo i piani di studio previgenti con orario complessivo (…) corrispondente a 32 ore.”.
Sostanzialmente la riforma in un solo anno. Restano fuori solo le classi quinte.
Non so se al Ministero e al governo si rendono conto del carattere dissennato di questa scelta, chiaramente dettata da Tremonti, in spregio ad ogni regola di buon senso. E destinata pertanto a compromettere ancora di più la tenuta già molto problematica del quadro riformatore previsto.

8. Criticità e possibili via d’uscita

Provo conclusivamente a elencare, articolandoli, gli interventi che, in parte, ho già motivato nelle considerazioni precedenti, e che occorrerebbe garantire per superare, del nuovo impianto, alcune pesanti criticità già prima evidenziate:
1. Confermare le compresenze nel biennio nello svolgimento delle materie scientifiche
2. Partire dal 2010 al massimo con le classi prime e terze
3. Estendere agli IT le indicazioni del Profilo Educativo Culturale e Professionale (PECuP) degli IP, relativi agli assi culturali e alle Competenze Chiave di Cittadinanza nel primo biennio
4. Conferire valenza orientativo/propedeutica a “Scienze e tecnologie applicate” (permettendo cattedre flessibili e variabili, nel corso dell’anno, delle materie di indirizzo)
5. Compattare gli insegnamenti (meno materie) nel Biennio
6. Dare effettiva valenza opzionale alle articolazioni del triennio, permettendo anche classi articolate su uno stesso indirizzo
7. Garantire percorsi di formazione mirati e motivanti, assumendo come protagoniste le scuole in rete e mobilitando esperti e associazioni professionali e culturali. Puntando a costruire, dentro ogni scuola, una “massa critica” in grado di dare gambe all’innovazione
8. Recuperare moduli di Economia e Diritto anche nel triennio, in coerenza con quanto prevede lo stesso PECuP (Allegato A).
9. Dare concretezza e fattibilità agli elementi dei profili di indirizzo – Allegato C -(generalmente, pretenziosi ed esagerati quanto generici).

Considerazioni conclusive (e preliminari)

Evidenzierei in conclusione questi aspetti che comunque sono fondamentali nei ragionamenti sul Riordino/Riforma:
- tutta l’operazione, che – è opportuno ribadirlo - ha in sé non pochi elementi di interesse, è condizionata da una logica perdente: quella del risparmio come scelta a priori, anziché quella dell’investimento (o almeno del reinvestimento, nei processi innovativi, dei risparmi realizzati con i tagli sull’orario).
- non si va da nessuna parte senza segnali chiari di coinvolgimento (e valorizzazione concreta) della categoria - o almeno di una “massa critica” al suo interno - nella formazione, nella sperimentazione e produzione di esperienze innovative legate alle scelte del regolamento. Né i cambiamenti di Brunetta potranno favorire i processi innovatori previsti. Anzi.
Si chiede infatti ad una categoria sfiduciata una vera rivoluzione professionale nei contenuti dell’insegnamento, nella didattica, nell’organizzazione del lavoro.
E la si chiede con tempi affrettati.

Ne è consapevole il ministro? Riuscirà ad andare oltre la consapevolezza? Indagare.

Antonio Valentino