Il Consiglio dei Ministri di venerdì scorso ha approvato in prima lettura due regolamenti: il regolamento sull’istruzione degli adulti e quello sui Licei. Dei Licei molto si è detto (su Scuola Oggi ad esempio se ne è occupato recentementeValentino), ma del secondo poco si è detto. Si pensi che nemmeno l’Ufficio Stampa dal MIUR ha pensato di diramare un comunicato specifico, come invece aveva fatto per tutti gli altri interventi precedenti.
Sul provvedimento ho molte perplessità. Le premesse sono condivisibili: era un settore da rifondare perché da troppo tempo aveva perso identità e scopo. Purtroppo però la strada intrapresa rischia di ridurre la platea dei fruitori di questo servizio essenziale.
Semplificando, si può affermare che oggi ai serali e ai CTP accedono tre tipologie di utenza:
1. lo straniero che necessità di alfabetizzazione nella nostra lingua;
2. chi – italiano o straniero – vuole acquisire competenze di vario tipo, in particolare informatiche o relative a una lingua straniera;
3. chi – quasi esclusivamente italiani, quasi tutti concentrati nei serali - vuole conseguire un titolo di studio (principalmente assolvimento dell’obbligo, ma non solo).
In una regione come la Lombardia, per dare alcune cifre, circa il 50% dell’utenza dei CTP appartiene alla prima categoria, il 30% alla seconda e il 20% alla terza.
Ed è proprio quel primo 50% ad essere a rischio. Per due ordini di motivi:
* di ordine “qualitativo”: tutte le tipologie sopra menzionate vengono ricondotte a percorsi finalizzati al conseguimento di un Titolo (licenza media, assolvimento dell’obbligo o diploma);
* di ordine “quantitativo”: si va verso una consistente riduzione dell’offerta.
Fino ad oggi per l’alfabetizzazione linguistica si frequentava un corso di 50-60 ore; d’ora in poi sarà necessario un corso finalizzato al conseguimento del Titolo e quindi una frequenza di 600 ore (articolo 4, comma 4). Quanti sono gli utenti (in particolare i lavoratori stranieri, che hanno carichi familiari e lavorativi significativi ) che sono disposti a sostenere un simile sforzo? Le scelte del Governo (come al solito “ispirate” dal Ministero dell’Economia) ci consegnano di fatto una assimilazione di tutto il comparto ai corsi serali. Sembra che il Governo sia interessato a far entrare in formazione solo il maschio, lavoratore, adulto, italiano che desideri ottenere certificazioni che gli mancano (la licenza media, un diploma…): la vecchia impostazione dei serali, appunto. Ignora il Governo che i serali sono ad altissimo tasso di dispersione? Comprensibilmente, peraltro, visto che si chiede a chi frequenta di andare in classe cinque giorni a settimana dopo aver lavorato per il resto della giornata. Perché costringere tutti a frequentare per 600 ore? Perché escludere che un individuo possa desiderare di frequentare solo alcuni moduli e certificarne il raggiungimento di obiettivi specifici?
Proprio tutto da buttare dunque? No, alcuni passi avanti sono stati fatti per la seconda e terza tipologia di utenza. Si è tenuto conto – infatti – di alcune delle migliori pratiche di sperimentazione realizzate in questi anni. Mi riferisco in particolare al fatto che si dovranno frequentare – per il Titolo di istruzione tecnica e professionale – tre (e non più cinque) anni, che peraltro sono pensati come autonomi tra loro (articolo 4, comma 3). Resta una preoccupazione su quanto previsto dal comma 7 del medesimo articolo, che rimanda ad un futuro decreto la definizione dei “criteri generali e le modalità per rendere sostenibili, per lo studente, i carichi orari”, perché è lì che si dovrà dire con quali modalità i crediti già acquisiti e certificati possono contribuire a ridurre quelle 600 ore di cui parlavo prima.
Attenzione però. Anche qualora – e ne dubito – fosse risolto positivamente questo aspetto qualitativo, con un mantenimento sostanziale della struttura modulare, resta la spada di Tremonti, ovvero gli aspetti quantitativi a cui accennavo prima. I criteri per l’assegnazione dell’organico, infatti, prevedono che esso verrà determinato “con riferimento alla serie storica degli alunni scrutinati, di quelli ammessi agli esami finali, nonché di quelli che hanno conseguito una certificazione” (articolo 9, comma 1). Ovvero sulla base di chi fino ad oggi si è iscritto a corsi finalizzati al conseguimento di un Titolo, che sono la stragrande minoranza dell’utenza attuale. Sarà dunque ridotta un’offerta che già oggi fa fatica a soddisfare la domanda: alla faccia della scuola per tutti e per ciascuno sbandierata dal centrodestra.
Il Governo con questo provvedimento ha una volta di più mancato di coraggio, rinunciando a (ri)costruire uno specifico ed autonomo settore di scuola per gli adulti, rivolto anche alle fasce deboli che chiedono alfabetizzazione di base e competenze linguistiche. Ci sarebbe stato bisogno di una legge quadro per l’apprendimento permanente, che preveda specifiche condizioni di reclutamento, di normativa e di condizioni di lavoro che consentano alla formazione degli adulti di essere profondamente diversa dalla scuola del mattino, a partire dalla possibilità di riconoscere e formalizzare i crediti maturati sul lavoro. Questo è tanto più urgente in una regione come la Lombardia in cui sono ormai centinaia di migliaia i lavoratori immigrati e in cui i livelli di competenza di lettura e di calcolo della popolazione adulta locale si collocano ai livelli più bassi dei paesi OCSE.
Quanto ha inciso un preconcetto ideologico su questa scelta miope del Governo e quanto la solita esigenza tremontiana di risparmiare non è dato sapere. Fatto sta che vedo un forte rischio di ridimensionamento di uno dei cardini di un efficace sistema di istruzione.
Marco Campione
