In un articolo di Repubblica del 7 agosto (“Da fuori regione tutti i nuovi presidi”, pagine milanesi) si sottolineava il fatto che entro fine mese saranno nominati in Lombardia ben 105 nuovi dirigenti scolastici ma solo uno di loro avrà il posto dopo aver vinto un concorso nella regione. Tutti gli altri provengono dal Sud, dopo aver superato l’esame di abilitazione senza che lì, in quelle regioni, ci fosse posto. Seguono quindi le considerazioni allarmate del direttore scolastico regionale Giuseppe Colosio, che giudica la situazione “anomala e preoccupante”, tenuto conto del fatto che in genere i dirigenti del Sud, una volta assunti in ruolo, tendono a chiedere, non appena possibile, l’assegnazione nella provincia di provenienza, lasciando le cattedre scoperte in Lombardia. Di qui l’inevitabile carosello di dirigenti scolastici, con buona pace della stabilità e della continuità nella gestione della scuola.

Si riaprono quindi le polemiche sui presidi meridionali, alimentate qualche tempo fa dalla mozione del consiglio provinciale di Vicenza.  In un articolo precedente abbiamo cercato di distinguere l’aspetto “normativo” o giuridico-amministrativo da quello più propriamente “politico”, che sta alla base delle pulsioni vicentine o leghiste in genere (vedi a questo proposito la successiva boutade del test di dialetto e cultura locale per gli insegnanti che fa il paio, in questo senso, con il rigetto dei presidi del Sud).
Tutto ciò nulla toglie al fatto che esiste un serio problema sulle modalità di reclutamento dei dirigenti scolastici e sull’attuale sistema, come è stato osservato su queste pagine già in alcuni interventi (Niccoli, Averna). Perché è lì, senza dubbio, che sta il vizio d'origine.
Come ha scritto opportunamente Federico Niccoli: “In epoca recente è stato introdotto il criterio della regionalizzazione – col trucco-  dei concorsi. In particolare per il concorso a dirigente scolastico ogni regione bandiva un concorso per un certo numero di posti, aumentabile solo fino al 10% degli idonei. Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia, Toscana,…  si sono attenuti al criterio stabilito dalla legge. Al sud, invece, il 10% è divenuto una mera ipotesi di lavoro, una variabile indipendente benedetta da alcuni TAR delle rispettive regioni. E così al Nord le graduatorie si sono esaurite immediatamente, mentre al Sud gli idonei proliferano e coprono tutti i posti vacanti (per pensionamento, dimissioni, …) dell’intera Repubblica”.   E così, dal momento che le presidenze disponibili nelle regioni del Sud sono meno dei vincitori di concorso, questi puntano inevitabilmente verso le scuole del Nord.
Ed è proprio questo meccanismo che non funziona, che sta alla base delle storture e delle ingiustizie che ne derivano.

Pensiamo allora che abbia ragione il direttore Colosio quando, sempre su Repubblica, afferma: “Si ritorni alla commissione unica nazionale con regole uguali per tutti oppure si facciano i concorsi su basi regionali ma con un vincolo: si ha diritto di lavorare solo nella regione in cui si è superato l’esame.”

Mario Guglietti, dirigente della Cisl-scuola nonché dirigente scolastico di provenienza, in un’interessante analisi pubblicata nel sito di quel sindacato ("Dirigenti Scolastici: reclutamento e polemiche”) ricostruisce con dovizia di particolari e rigore tutta la vicenda delle norme che disciplinano la materia.
In particolare Guglietti osserva che l’ultima modifica legislativa alle procedure di nomina dei candidati risultati idonei a seguito del superamento di tutte le prove concorsuali è stata introdotta dall’art. 24-quinquies della Legge n° 31/ 2008, di conversione del D.-L. n° 248/2007.
“Il predetto articolo – scrive Guglietti - ha prodotto i seguenti effetti:
a) l’intersettorialità, cioè la possibilità riconosciuta – a domanda- agli idonei di un determinato settore formativo, a seguito dell’esaurimento dei relativi posti nella Regione di appartenenza, di chiedere di essere nominati in un diverso settore formativo , in coda agli idonei di quel settore;
b) l’interregionalità, cioè la possibilità riconosciuta- a domanda- agli idonei di una determinata Regione nella quale tutti i posti fossero risultati coperti, di chiedere di essere nominati in altra Regione, nell’uno o nell’altro settore formativo, in coda agli idonei di quella Regione, sui posti eventualmente residuati;
c) la trasformazione delle graduatorie degli idonei in graduatorie ad esaurimento. Conseguentemente, nell’anno scolastico 2008/2009 un cospicuo numero di idonei delle regioni del centro-sud, avvalendosi delle opportunità fornire dalla Legge n° 31/2008, hanno ottenuto legittimamente la nomina in Piemonte, Lombardia, Emilia, Veneto e, addirittura, in Abruzzo.”

Continuiamo a ritenere che è proprio questo sistema di reclutamento che va cambiato.  Partiamo dall’assunto che il nostro sistema d’istruzione (pubblico, statale) è nazionale. E che il ruolo del dirigente scolastico è nazionale. Per questo riteniamo (come Colosio) che si debba tornare alla prassi precedente. Concorso pubblico nazionale, commissione unica nazionale con regole uguali per tutti e graduatoria unica nazionale. Con queste modalità, attuate per lunghi anni, come ha sottolineato Niccoli, “i posti venivano coperti senza problemi da settentrionali-meridionali in base al punteggio assegnato nell’unica graduatoria e non si sono mai verificati problemi di sorta.”
Certo, l’inconveniente di questa modalità, attuata per anni, stava nel fatto che – non appena possibile – il dirigente scolastico chiedeva una sede più vicina e più comoda, non garantendo quindi stabilità di presenza nell’istituto di assegnazione. Inconveniente facilmente risolvibile con l’introduzione di un periodo minimo di permanenza nella sede (cinque anni? tre anni? Ma non dovrebbe essere già così, nell’incarico conferito, per contratto, al dirigente scolastico?).

In alternativa, se proprio si vuole introdurre un elemento di “federalismo” o “regionalismo” nel meccanismo di reclutamento dei dirigenti scolastici (per noi comunque discutibile in quanto, ribadiamo, trattasi di un ruolo eminentemente nazionale), si prevedano concorsi su base regionale. In questo caso, più che applicare il vincolo suggerito da Colosio (“si ha diritto di lavorare solo nella regione in cui si è superato l’esame”) che ci sembra eccessivamente restrittivo e, appunto, contraddittorio con il ruolo, si imponga comunque il criterio della permanenza per almeno un quinquennio nella regione nella quale si è fatto il concorso (con la possibilità di trasferimento di sede solo dopo questo periodo). In tal modo si ovvierebbe al vero problema di fondo che non è di tipo “razziale”, genetico o territoriale (settentrionali/meridionali, giacche blù contro giacche grigie), ma di garanzia di stabilità nella gestione degli istituti scolastici.
Ma quello che non regge, che non ha senso, è proprio questa “regionalizzazione a metà”, che non è né carne né pesce. E che soprattutto genera le attuali disparità, discriminazioni e anomalie.

Detto questo, noi pensiamo che la questione sostanziale resti la verifica dell’adeguatezza o meno del neodirigente  a ricoprire questo ruolo.  Quindi il problema, cruciale, della valutazione delle capacità professionali, dell’anno di prova (e della valutazione periodica per tutti i dirigenti scolastici). Vale per i dirigenti scolastici, a maggior ragione, quanto dovrebbe valere per i docenti. Tutto si tiene.

Gianni Gandola

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