Esiste davvero l'autonomia delle scuole? In che cosa consiste? Che ne sanno gli operatori scolastici e gli utenti? Il tema è cruciale. Discutiamone. Confrontiamoci. E per contribuire al dibattito cominciamo dagli interventi già raccolti da Scuolaoggi.org

Autonomia scolastica, l’isola che non c’è. clicca qui
Autonomia possibile e mondo reale: a proposito di “buone teorie”. clicca qui
Salve a tutti,
ho partecipato oggi al convegno sull'autonomia. Dispiciuta per la mancanza del dibattito finale sento l'esigenza di esprimere un mio pensiero. Apprezzo molto la proposta dell'on. Berlinguer di inserire la musica in tutte le scuole. Peccato che chi poi si deve impegnare a dare concretezza in questo momento alla proposta non abbia capito il senso della cosa. Non si intendeva di certo inserire altre due ore di una disciplina nel modo in cui tra l'altro ora, come ben espresso oggi, vengono studiate le arti. Infatti vengono studiate e non sperimentate. Ma perchè non ci rendiamo conto che anzichè inserire due ore di musica è ora che si faccia musica?In Europa (e parlo con cognizione di causa) non ci sono due ore di musica nelle scuole, ma gli studenti di ogni istituto(non solo i licei musicali che peraltro in Italia ancora non esistono), hanno la possibilità di fare parte di un'orchestra, di suonare.
Spero di stimolare ulteriori riflessioni poichè la politica che sta in mezzo a questo pensiero è molto delicata a mio avviso e chi non capisce forse non ascolta bene.
Patsgz
Gentilissimi,
sono rammaricata dal mancato confronto in presenza.
Avrei voluto chiedere delucidazione all'On. Aprea riguardo al significato, e alle conseguenze attuative, concernenti le "fondazioni" e la "filiera".
Infine sottoscrivo totalmente l'intervento di ptasgz. Anna
Salve a tutti,
Anch'io avrei voluto chiedere all'On. Aprea spiegazioni sulle "Fondazioni" da cui dovrebbero dipendere le scuole
superiori. E' un po' che si parla di costituire delle Fondazioni, insediare dei Consigli di Amministrazione, composti anche da industriali e manager, all'interno di alcune scuole superiori (credo nelle scuole professionali, ma mi sembra di aver letto tempo fa che ci si riferiva anche agli istituti tecnici). L'idea non mi convince molto, ma bisognerebbe sapere quanto potere decisionale avrebbero questi CdA in merito alla scelta dei programmi, della didattica, e così via.
Ancora sulla conferenza: ma perché la scuola media è stata definita "buco nero" dell'istruzione italiana?
Ciao a tutti
Gloria
AUTONOMIA? SÌ GRAZIE
Sono una maestra di scuola primaria.
Ho partecipato al convegno “Dieci anni di autonomia scolastica, prospettive per una nuova governance del sistema” tenutosi presso l’auditorium del BPL center a Lodi.
Tra gli invitati spiccava la presenza dell’ex ministro dell’istruzione Luigi Berlinguer e dell’onorevole Aprea già sottosegretario.
Mi sembrava un’occasione potersi confrontare con tanti luminari in materia di istruzione su un tema così centrale per la vita della scuola.
Purtroppo la partecipazione al seminario mi ha lasciato l’amaro in bocca per l’assoluta impossibilità da parte dei partecipanti di interagire con i relatori; non c’è stata data, infatti, la possibilità di intervenire se non tramite il sito apposito.
La modalità organizzativa del convegno si è dimostrata, paradossalmente rispetto all’argomento trattato, lontana e disinteressata alla realtà locale. Gli insegnanti, convenuti in gran numero, sono stati ritenuti (questo è stato il sentore di molti colleghi e amici) incapaci di portare un apporto costruttivo al dibattito. Più chiamati a RIEMPIRE L’AUDITORIUM che a partecipare…
Ma veniamo ai contenuti!
Fra le tantissime questioni sollevate nel seminario:
§ Rapporto fra politica ed educazione; centralismo ed autonomia
§ Ruolo del Dirigente scolastico, degli Organi collegiali della R.S.U e dei Sindacati
§ Riforma (argomento pertinente?), organici, fondi, strutture.
La prima osservazione che mi preme fare è un appello agli Amministratori locali.
La buona scuola è sempre legata alla buona amministrazione.
La comunità locale fatta di singoli cittadini deve prendersi cura di ciò che avviene dentro la scuola.
Ancora di più, le istituzioni locali devono farsi carico di una scuola incardinata nel territorio, vicina ai problemi locali e delle istituzioni, inserita nella comunità più ampia che è la Provincia.
E’ anche degli amministratori la responsabilità dell’educazione dei cittadini di domani.
Si pone il problema della non ingerenza della politica nella scelta dei contenuti e la garanzia della libertà di insegnamento.
La Politica, non partitica, dovrebbe essere a mio parere la vera costruttrice di un dialogo rispettoso dell’autonomia della scuola. Dovrebbe operare perché la scuola possa avere i mezzi, le strutture, le opportunità per un’azione efficace, capillare sul territorio.
Al contempo, la scuola, sollecitata dalle autorità locali, dovrebbe essere chiamata a lavorare con gli uomini di domani per costruire insieme una soluzione ai problemi della società civile locale; ed insegnare agli alunni a riconoscerne le opportunità. Le scelte importanti vanno fatte insieme.
A livello nazionale a volte il territorio risorsa si trasforma in territorio-problema.
In situazioni di questo genere bisogna evitare che l’autonomia diventi abbandono, limite. Il rischio a mio avviso oggi è crescente. Se la comunità locale non produce risultati, li produca lo Stato!
Non si può dire “ cammina da solo” a un bambino di sei mesi che non ha le capacità di farlo..
Non è responsabilità solo delle popolazioni che si scelgono cattivi amministratori se certe comunità non decollano.
Certo non voglio dire che in zone a rischio devono essere dati fondi senza controllo. Tutt’altro!
E’ ancora indispensabile la presenza dello Stato che affermi il Fine dell’Istruzione; che uniformi non i percorsi, ma le opportunità offerte a tutti. Affinché il Sapere, il Saper fare e il Saper essere sia garantito in eguale misura sul territorio nazionale e non viaggi come il solito a due, tre, quattro velocità.
E’ stata poi affermata la centralità del ruolo del Dirigente scolastico nell’attivazione dei processi di autonomia. (Assieme agli organi collegiali? … non era forse un Primus inter pares?! )
Capo del personale, responsabile dell’organico, del fondo dell’istituzione scolastica, del personale ecc…
Qualcuno degli illustri relatori aggiungeva (ahimè) anche “reclutatore” dei docenti con procedure più snelle che non quelle dei concorsi e delle graduatorie.
Concordo con l’assoluta importanza della preparazione e motivazione del Dirigente per il buon funzionamento della scuola autonoma.
Ma aggiungo ed affermo: “Per fortuna sua, nostra e SOPRATTUTTO DELLA SCUOLA rimangono ad affiancarlo gli Organi collegiali , il D.S.G.A. e la R.S.U. (a mio avviso bistrattata dall’On. Aprea)”. Qualcuno diceva che un uomo solo è nullo…
Quale ruolo per la R.S.U., se non quello di ostacolo per il “Fare subito e bene” del Dirigente? Quale fine per i rappresentanti sindacali, se non l’interesse corporativo che impedisce l’innovazione?
Ho ricoperto i ruoli di Funzione strumentale, tutor docenti di nuova nomina e infine di componente R.S.U. Sottolineo che il Sindacato è una forma di impegno come lo sono altre forme di partecipazione agli Organi collegiali della scuola.
Anche al sindacato dovrebbe essere reso onore al merito! Per me far parte del Sindacato vuol dire non essere come i tiepidi che lasciano il tempo che trovano…
Io e gli altri colleghi membri della R.S.U del mio Circolo abbiamo sempre ricercato come fine del nostro agire la difesa di due beni non disgiungibili: l’interesse delle persone che vivono nella comunità (utenza) e la tutela delle persone che lavorano per e dentro la comunità civile.
Abbiamo sempre collaborato con il Dirigente e gli Organi collegiali per la distribuzione attenta dell’organico nei plessi, per l’utilizzo del Fondo di istituto a vantaggio dei disabili, degli stranieri e degli svantaggiati, per promuovere la flessibilità organizzativa e didattica.
Siamo arrivati, insieme, IN AUTONOMIA dove lo Stato non riesce ad arrivare. Abbiamo anche collaborato con Sindaci e Assessori per risolvere problemi delicati, relativi al mondo della scuola, verificatisi nei nostri territori.
Assicuro che in questa provincia la mia è l’esperienza di molti altri colleghi della RSU, che insieme ai Dirigenti, alle Funzioni strumentali ecc..,al sindacato, si trovano allo stesso tavolo, senza la distinzione istituzionale dei ruoli, per discutere di come fare scuola e farla bene.
Mi preme ritornare al tema del reclutamento del personale, mi chiedo: “Se il Dirigente potesse operare nell’assunzione del personale senza controllo e senza criteri oggettivi dove andrebbero a finire le pari opportunità di lavoro per tutti? Lo Stato è di tutti. Questo sistema di assunzione va protetto da clientelismi e favoritismi. Il sindacato ne deve essere a garanzia!
Si è infine parlato della riforma, affrontando il problema fondi, organici, strutture solo in modo negativo: “…Non fossilizziamoci a parlare di questo…”; vale a dire “Parliamo di tutto, ma non chiedeteci soldi…”
Sicuramente il Collegio Docenti non può abdicare dal proprio ruolo educativo nascondendosi dietro la mancanza di fondi. La scuola si fa dappertutto, anche in Africa sotto la capanna, ricordava a settembre il Dirigente scolastico.
Prioritario è, infatti, per il successo formativo un rapporto vero, educante, tra docente ed allievo.
Ma mi si permetta qualche nota polemica…
Mi piacerebbe chiedere agli esperti intervenuti: “Cosa gestiremmo autonomamente senza soldi, organici e strutture in una società che come ricordato ha mandato l’uomo sulla luna?”
Il rapporto con gli allievi e le famiglie l’abbiamo sempre coltivato; e non si affermi che il successo del ministro Brunetta è un segnale della difficoltà da parte degli insegnanti a comunicare con alunni e famiglie. Diceva lo scrittore Saviano in un’intervista “… il peggiore attacco che mi hanno fatto è la delegittimazione…”
Si è creata (ad arte?) la società del sospetto...
E’ degli stranieri la colpa… E’ degli statali…E’ del sud… E’ della scuola la colpa… se l’Italia non va. Moderni untori? Guarda caso niente di quanto li riguardava era vero!
Qualche responsabilità forse andrebbe cercata in certa politica(la p minuscola non è un caso)…
Torniamo all’argomento: organici, fondi, strutture giacché i luminari parlano d’altro…
Come si fa a lavorare in piccolo gruppo (es. citato durante il convegno un gruppo di cinque alunni), quando in realtà come la nostra le classi sono anche di 25/27 alunni e la riforma ci toglie la compresenza?
Come può uno stesso unico insegnante, con una scolaresca così numerosa, effettuare percorsi personalizzati.
Perché la scuola, che nell’intento del legislatore, deve essere vicina la mondo del lavoro non deve avvalersi di quello che l’impresa chiama l’uomo in più: il team, l’équipè, il gruppo di lavoro o qualsivoglia chiamarlo? Dove è finito il concetto di Comunità educante?
Il ministro Berlinguer sosteneva “… tutto sta nella convinzione dell’insegnante..”
…Si fa quel che si può non quello che si vuole; andando ogni giorno in classe con le proprie capacità, il proprio impegno, la propria creatività.
Ma è da segnalare la frustrazione del docente che si sente come il padre di famiglia (paragone citato dall’On. Aprea a proposito del Presidente del Consiglio) …Questo padre vorrebbe dare al figlio opportunità, ma per primo lui non ha i soldi, i mezzi, non conosce le strade (in alcune scuole mancano le aule, in molti plessi sono ancora presenti tutte le barriere architettoniche…il pianoforte citato dall’onorevole Berlinguer chi l’ ha mai visto?),
Per restare al buon padre di famiglia (il governo) che fa i conti e taglia sulla scuola osserverei…
La nostra storia locale ci insegna di padri che durante la guerra rinunciavano al pasto per dare da mangiare ai figli…
Noi mi sembra che ai nostri figli sia sempre riservata la parte migliore!
A proposito del tempo lungo a scuola che gli insegnanti vorrebbero mantenere per interessi corporativi…
Come mai l’unica garanzia mantenuta è stata quella del tempo scuola e non quella della qualità delle cose effettuate in questo tempo?
Come mai l’obbligatorietà della scuola dell’Infanzia non è mai stata sancita? E’ forse un parcheggio?
Per fortuna che, in questo settore, la Scuola privata (soprattutto cattolica) supplisce lo stato!
Perché nel territorio nazionale non esistono asili nido sufficienti per aiutare le famiglie non più patriarcali?
Mi piacerebbe approfondire molti altri temi soprattutto quelli della valutazione e della formazione del personale. Ma l’intervento sarebbe troppo prolisso.
Quanto detto può bastare!
E. L.
Relazione introduttiva di Armando Catalano, Responsabile nazionale Dirigenti scolastici
Carissime colleghe e carissimi colleghi, carissime compagne e carissimi compagni grazie a tutti voi di essere qui, grazie ai nostri ospiti che ci daranno il loro competente contributo di analisi e di proposta. Pensando al tema del nostro Convegno, l’autonomia scolastica 10 anni dopo, potremmo forse ragionevolmente e comprensibilmente nutrire il sentimento di Sisifo, un lavoro che si fa e che viene disfatto da una condanna definitiva e senza appello: dovrai faticare senza mai vedere la fine. Ma lo diciamo subito: noi non ci sentiamo per niente Sisifo, ci sentiamo piuttosto Prometeo. Ci sentiamo Prometeo per cultura, per volontà, per dedizione. Prometeo rubò il fuoco per il genere umano e, quando gli dei lo vollero punire, non solo con la pena dell’aquila che gli divorava il fegato, ma anche inventandosi il vaso di Pandora da cui sarebbero scaturite le pene che gli uomini e le donne della terra avrebbero dovuto subire, Prometeo non dimenticò di nascondere dentro quel vaso anche la speranza. Per la ripartenza dell’autonomia scolastica E allora diciamoci subito che siamo qui con uno scopo preciso: di cimentarci su quali proposte siano funzionali all’autonomia scolastica, a quella che noi pensiamo debba essere la “ripartenza” dell’autonomia scolastica. Nel fare le proposte emergerà inevitabilmente la dimensione critica dell’esistente e di quanto finora è stato malfatto, soprattutto da parte di chi ha la responsabilità della decisione politica. Perché noi non abbiamo dubbio alcuno: o riparte l’autonomia, coi suoi tratti originari di un’autonomia scolastica italiana, che non scimmiotta altre improbabili e impossibili autonomie che altrove hanno talora portato alla rovina le scuole, oppure l’istituzione è destinata a rimanere nel guado e quindi a marcire, mandando così al macero un invaso di virtù umane e professionali di cui il popolo italiano, di cui la Repubblica, tuttora dispone. Mettere al centro le istituzioni scolastiche come formazioni sociali Gli interventi di sistema, senza mai fine, e che da più di un decennio sconquassano il nostro sistema pubblico di istruzione e formazione, sono una delle cause che hanno impedito il decollo della riforma delle riforme, che è stata precisamente l’autonomia scolastica. Il sistema si è affaticato a disegnare i poteri dello stato, delle regioni, delle province, ma ha ritenuto residuale e quasi ininfluente quello che le scuole dovevano fare. C’è bisogno di un rovesciamento di prospettiva. Nella scuola in questo decennio siamo vissuti dentro una “bolla ideologica”, dentro una falsa coscienza, potremmo dire marxianamente, la quale portava tutti a parlare di autonomia per negarla però nei fatti. Tutti partigiani dell’autonomia, tutti spaventati dall’autonomia.
Si è tenuto il potere di amministrare le scuole in capo al Ministero, alle Direzioni, agli Uffici Scolastici Regionali, agli Centri Scolastici Provinciali che per non dare adito ad
equivoco hanno ripreso dignità di ufficio, si sono attribuiti i poteri degli Enti locali, ma nessuno si è preoccupato di stabilire cosa dovessero fare le scuole. O, diciamo meglio, che i poteri forti - e fra questi, purtroppo, anche gli enti locali, forti almeno in relazione alle scuole – si sono innanzitutto preoccupati di vedere come individuare il proprio campo di dominio, avendo in realtà nessuna fiducia che noi operatori scolastici ce l’avremmo potuta fare da soli. Ora noi pensiamo, invece, che occorre mettere al centro le istituzioni scolastiche. Come farlo? Rispondendo correttamente alla seguente domanda: quale è lo scopo, la ragione dell’esistenza delle istituzioni scolastiche autonome? La risposta che finora è stata data è scorretta, perché si è risposto nei fatti che lo scopo è quello di amministrare la scuola. Con ciò facendo colare sulle scuole e sul suo personale un’idea di autonomia come di piccoli centri amministrativi, piccoli ministeri. La risposta corretta è invece la seguente: la scuola è una formazione sociale, un soggetto comunitario che ha come scopo quello di erogare un servizio istituzionale quale è quello dell’istruzione. La scuola è la formazione sociale, che in un sistema di sussidiarietà vera, ha la responsabilità del servizio di istruzione e formazione. La natura delle cose, come ci ricorda un grande filosofo del nostro tempo che è Emanuele Severino, è svelata dallo scopo per cui esse sono. E la scuola ha come scopo il servizio di formazione e istruzione e non il servizio al Ministero, quasi che ancora le scuole fossero enti dipendenti, appunto, e non autonomi da quel corpo. Quasi che le scuole fossero ancora articolazioni di quel corpo ministeriale che lo soffoca e non già la formazione sociale che assicura il livello essenziale di prestazione in materia di istruzione. La domanda cui ancora rispondere è: verrà mai rispettata la Costituzione laddove le scuole da formazioni sociali, quali dovrebbero essere, si trasformeranno in enti economici o in fondazioni? Ma, su questo, ritorneremo. Qui ci preme di dire che le politiche, a maggior ragione quelle che si prospettano con la presente compagine di governo, sono antiautonomistiche, sono amministrativiste, sono centraliste, per non dire autoritarie e oppressive. Fissare gli obiettivi Una formazione sociale autonoma è tale se è perfettamente inserita dentro il sistema che per costituzione gli ha concesso l’autonomia. Per questo la scuola deve potere sentirsi parte di quel sistema, giocando il suo ruolo, ma ottemperando ai suoi doveri per raggiungere lo scopo. Ma uno scopo è declinato in obiettivi. E allora, la domanda è: dove sono gli obiettivi che la scuola deve raggiungere? Come si fa ad accettare che l’istituzione venga giudicata solo dai rilevamenti OCSE/PISA? Dov’è la dignità di un Paese, il quale, non avendo elaborato, secondo le proprie finalità e secondo i propri principi, obiettivi da assegnare alle scuole, poi accetta che siano indicatori per quanto sapienti e per quanto internazionali a giudicare del nostro lavoro? Non vogliamo certo sminuire il valore dei dati internazionali sull’istituzione, anche perché sono gli unici che abbiamo, ma vogliamo semplicemente dire che noi istituzioni scolastiche autonome ci sentiremo autonome davvero quando lo Stato ci avrà detto con precisione quali sono gli obiettivi che dobbiamo perseguire: obiettivi certi, misurabili, condivisi, discussi. Questa è, a nostro parere, la conseguenza, negativa, di una concezione che ritiene di per sé assegnati i compiti dell’istituzione scolastica, e che anzi la cosa di cui ci si deve preoccupare è semmai di assegnare sull’istruzione competenze a chi sta fuori della scuola: lo stato, gli enti locali, le regioni, ecc.
E a nostro parere, anche quando si è iniziato a discutere del master plan, non siamo usciti da questo errore di pratica e di prospettiva. Le condizioni di esercizio dell’autonomia La proposta conseguente alle considerazioni fin qui svolte è la costruzione delle condizioni materiali dentro cui l’istituzione deve perseguire gli obiettivi assegnati. Noi sosteniamo che ad oggi sono mancate le condizioni per un esercizio plausibile dell’autonomia: risorse incerte e continuamente tagliate; personale assegnato con grave ritardo; bilanci a “programmazione invertita” tanto per fare nostra l’icastica espressione della Corte dei Conti per significare che le istituzioni hanno lavorato giocando ad indovinare il consuntivo per fare il preventivo; fino all’offesa perpetrata da un organo dello stato che, violando la legge, quest’anno non ha neppure assegnato i fondi per far funzionare le scuole. La proposta allora è la seguente. Dati gli obiettivi, commisurati alle condizioni reali di esercizio, occorre dare alle istituzioni ciò che è delle istituzioni:
a) al 1 settembre di ogni anno le istituzioni debbono poter iniziare il lavoro con tutta la provvista di personale già pronto in numero funzionale (e vediamo di eliminare quanto prima questo sistema barocco, macchinoso e non funzionale della chiamata al lavoro del personale);
b) al 1 settembre di ogni anno le istituzioni devono disporre di tutta la provvista di risorse finanziarie determinate dagli indici di legge;
c) occorre eliminare ogni atto che non abbia attinenza con lo scopo dell’istituzione (che è produrre formazione, istruzione, cittadinanza e non trattamento dati del personale, stipendi);
d) occorre non più costringere le istituzioni a programmare l’improgrammabile (supplenze, malattie, visite fiscali)
Noi istituzioni scolastiche vogliamo rispondere di una semplice cosa: assicurare il livello essenziale dell’istruzione che sarà stabilito dalle norme generali. E le altre istituzioni facciano per ambiti diversi la loro parte, senza ingerenze e senza gioco ideologico che ha francamente stancato la scuola. Associazioni e reti di scuole A tale proposito vogliamo ritornare su di un tema che non riesce ad entrare, nonostante i nostri sforzi, nella nostra cultura professionale ed organizzativa. E il tema è quello delle Associazioni di scuole. Ne riparliamo perché vi è un vuoto grande che dobbiamo colmare, ed è il vuoto del supporto alle istituzioni che è mancato, da quando CIS e CSA sono stati fatti morire dalla Moratti. Una colpa storica, evidentemente non vissuta come colpa dal momento che gli obiettivi di quella gestione non furono lo sviluppo dell’autonomia e delle istituzioni ma ancora una volta tagli e ancora una volta l’architettura di sistema. Ebbene, il mancato decollo di quegli strumenti ci doveva da subito mettere sull’avviso perché il messaggio alle istituzioni era chiaro: sarete lasciate sole. C’è ancora qualcuno fra noi che si illude che le scuole saranno supportate da qualcuno, da qualche organo del Ministero, da qualche ente locale, da qualche strumento costruito ad hoc?. E’ bene non farsi più illusioni e, come diceva uno slogan di Mao, “occorre contare sulle proprie forze”. Allora noi pensiamo che le Associazioni di scuole non sono più, oggi, un terreno opzionale di organizzazione delle istituzioni, ma diventano una necessità. Per parlare con forza; per poter parlare con una sola voce; per poter rivendicare di sedere ai tavoli nella determinazione dell’offerta territoriale, dell’organizzazione della rete, della distribuzione dei fondi.
Pensate quanto potremmo incidere come istituzioni se avessimo oggi una rappresentanza per discutere di quanto si sta facendo in materia di federalismo. Una forza associata, si badi bene, che non rappresenta i Dirigenti ma le scuole, che senza stupidi antipoliticismi e sentimenti antisindacali, sia comunque autonoma da qualsiasi ingerenza, sarebbe una potenza fra potenze. E chissà che ciò non potrebbe fruttare qualche risultato, ad esempio sul finanziamento delle visite fiscali, sul mancato finanziamento del funzionamento, sulla rete scolastica, sull’offerta formativa! E perché le Regioni, che pure hanno interesse ad avere nelle scuole un interlocutore unico, non si fanno promotrici di leggi regionali di sostegno alle autonomie scolastiche associate? Nella passata legislatura alcuni parlamentari avevano elaborato delle proposte di legge. Tutto è poi caduto nel vuoto creato dalla Gelmini. Abbiamo sentito proprio qui a Firenze per la prima volta in un nostro Convegno una proposta del genere. Ebbene, si vada avanti. Ebbene, vada avanti la regione Toscana, noi lo abbiamo già proposto anche alla regione Lazio. Credo che lo dobbiamo proporre a tutte le Regioni perché alla fin fine è quello il livello istituzionale giusto per le scuole associate. A volte abbiamo la pena, noi sindacalisti, di doverci fare carico di rivendicazioni che non attengono direttamente al personale. E allora abbiamo promosso l’incatenamento davanti al MIUR per dire simbolicamente che le istituzioni hanno le mani legate senza i fondi per funzionare. Per carità, lo facciamo volentieri, perché la CGIL è sindacato che si fa carico dei diritti e della cittadinanza. Ma quanto questa materia sarebbe stata più credibile se agitata dall’associazionismo scolastico! E quanto le istituzioni, organizzate in rete, avrebbero meglio potuto resistere e rilanciare con economia anche di scala sulle spese e nelle interlocuzioni con i portatori di interesse insediati nei territori! Le scuole vogliono essere valutate ma si parta dall’autovalutazione Le istituzioni scolastiche – ecco un’altra proposizione - vogliono valutarsi ed essere valutate. Senza obiettivi da raggiungere e senza un esame puntuale, che si ripeta di anno in anno, su quel che si è fatto, non è possibile dire alle scuole e ai suoi operatori (Dirigenti Docenti Ata) dove andare avanti e dove correggersi. E allora, per uscire dalla demagogia e dal velleitarismo, male endemico e tratto negativo del nostro genio nazionale, occorrerebbe partire con un approccio che ci piace chiamare “mite” alla valutazione. E allora, perché non partire con l’esercizio di autovalutazione che le scuole devono fare? Perché precipitarsi nella valutazione esterna con i test senza nel contempo costruire una autovalutazione delle scuole. Noi pensiamo che l’autovalutazione delle istituzioni potrebbe creare quel clima favorevole alla valutazione di sistema che non potrebbe che farci del bene. Allora perché non promuovere un piano di formazione e di coinvolgimento generalizzato sull’autovalutazione delle istituzioni fornendo loro indicatori su cui confrontare le loro prestazione, su cui fare, certo, valutazione di risultato ma anche valutazione di processo? Sarebbe come dare termini di paragone, traguardi, punti di riferimento a cui tendere. Senza dover lavorare, come facciamo oggi, empiricamente, alla cieca, con la ricetta della nonna, per dire così, basata sulla sapienza esperienziale degli operatori? Usciremmo così dall’autonomia come fai da te, usciremmo così anche dalla fatica generosa ma vana di tanti nostri colleghi che si arrabattano per dare senso e scopo all’azione quotidiana. Raggiungeremmo quella condizione professionale, di Dirigenti Docenti Ata - questo è il nostro sogno - di poter dire: la mia scuola ha raggiunto i traguardi.
Lo sviluppo professionale degli operatori scolastici Noi siamo convinti che solo una plausibile, condivisa, universalmente accettata valutazione come autovalutazione e valutazione di sistema creerà le condizioni per potere connettere alle prestazioni anche il corrispondente riconoscimento economico aggiuntivo che inevitabilmente richiama alla valutazione dei Docenti e degli Ata. Ma anche qui, sapendo che è cosa che si deve fare, veramente si crede che si possano introdurre misure premiali indipendentemente dalla costruzione di una “cultura” della valutazione? E’ un illuso chi anche nel Governo pensa di fare forzature su questo versante. Ciò è materiale infiammabile e bisogna maneggiare con cura. Con cura vuol dire con gradualità, con mitezza, con condivisione, con discussione. I materiali e le intenzionalità propositive ci sono: ricordiamo per tutti il protocollo d’intesa governo sindacati sulla conoscenza del 27 giugno 2007. Non è assolutamente convincente l’importazione di modelli stranieri, che segmentano in quattro livelli il corpo docente, come leggiamo in una proposta di legge attualmente in discussione in parlamento. Come non è assolutamente convincente il Ministro Brunetta che, con la sua legge 15 e con i suoi Decreti delegati, che abbiamo letto in bozza, ha già deciso che il 25% di tutti i dipendenti statali non dovrà percepire salario accessorio e il 25% di tutti i Dirigenti statali non dovrà percepire la retribuzione di risultato: è come dare per certo che ogni anno 2500 Dirigenti Scolastici non raggiungeranno gli obiettivi ed è come dare per certo che ogni anno circa 800 mila persone non avranno fatto il loro dovere. E’ il risultato dell’ideologismo, del partito preso, delle giaculatorie mentali astratte che, se passassero, creerebbero mortificazione e inefficienza del servizio pubblico. Tanto che noi ci domandiamo: ma davvero queste “pensate” sono pensate per migliorare il servizio pubblico, o non piuttosto per dimostrane le ineluttabile necessità dello smantellamento, secondo la tradizionale vulgata dei liberisti che oggi ci hanno portato alla rovina? Noi viviamo tutto ciò come un ritorno ad moderno medioevo con la creazione artificiosa di un esercito di servi della gleba. Per quanto ci riguarda queste misure dovranno trovare il massimo della contestazione e del contrasto. Noi lo viviamo come un irrigidimento della gestione del personale, come viviamo come un irrigidimento e una sottrazione di prerogative alla Dirigenza Scolastica l’ipotesi di introduzione di una vicedirigenza che, promossa per concorso, poi viene imposta al Dirigente stesso dall’esterno. E’ quanto di più antiautonomistico si possa pensare nella gestione del personale in un ambiente flessibile e libero quale è quello delle istituzioni. Ed è quanto di più antidirigenziale si possa pensare a danno di una leadership che si vuole educativa e non più, udite udite!, di carattere manageriale. Le istituzioni invece dovrebbero essere investite del compito della distribuzione della premialità in rapporto alle prestazioni nell’ambito delle risorse assegnate allo scopo, previa informazione preventiva. Il Sindacato e la contrattazione E a proposito di riconoscimenti economici, carriere, valutazione, noi non riusciamo a vedere un discorso su questi terreni che non implichi un coinvolgimento e un ruolo del sindacalismo, delle associazioni sindacali. Sarà certamente una distorsione professionale ma non riusciamo a ragionare di erogazione di fondi, di carriere, di riconoscimenti per il personale regolati per legge. Astrattismo e ideologismo, questo è alla base di chi propone di muoversi così. Un salto all’indietro di decenni, una riconsegna del personale alla clientela politica, una ingessatura senza sbocco.
E tuttavia ci viene da dire che se oggi vi può essere qualcuno che con convinzione e trovando ascolto ha lo spazio di proporre il vecchio, ciò è dovuto al fatto che noi non
siamo stati abbastanza coraggiosi di riprendere un cammino subito dopo la caduta del 1999 sulle carriere del personale. E siamo così nella situazione descritta da Baricco sullo stato della cultura italiana, il quale se non altro coglie con grande acume una verità metodologica. Egli dice che occorrerebbe privatizzare il fatto culturale e farlo cimentare col mercato salvaguardando però la scuola che invece va curata e fatta oggetto di tutela statale, fuori mercato, aggiungendo che bisogna discutere e fare proposte. Perché - è sempre Baricco che parla - non è accettabile che si dica che questo non è il momento. A volte non è il momento perché al Governo è la destra, a volte non è il momento perché non ci sono le risorse, a volte non è il momento perché la sinistra non è pronta, e così via. Poi arriva il momento che la reazione fa la sua proposta. E allora la domanda è: se anche la reazione fa la proposta non saremmo comunque più forti se noi avessimo la nostra? Non rimanendo così nel generico, ma individuando i punti/forza per gettarli nel dibattito, utilizzarli per il contrasto politico e creare consenso attorno ad essi. Solo così, ad esempio, possiamo sostenere che il ritorno alle erogazioni ministeriali è sbagliato, che il fondo di istituto è stato e deve continuare ad essere uno strumento di esercizio dell’autonomia in quanto ha consentito di flessibilizzare l’utilizzo del personale, che dunque la contrattazione di istituto con le RSU è fatto democratico ma anche fatto organizzativo formidabile per la salvaguardia e lo sviluppo dell’autonomia scolastica. E poi, lo ripetiamo, più coraggio nel chiedere formazione obbligatoria per tutto il personale scolastico, più coraggio nel dire valutazione, più coraggio nel dire premialità. Per curare la malattia reazionaria noi conosciamo un solo antidoto, la proposta democratica e progressiva. Ma non per vincere una partita bensì per evitare il danno e tenere aperte le vie dell’avanzamento e dell’innovazione. Se non altro per uscire da quella soffocante e mirabolante fraseologia che afferma, nelle leggi e nei provvedimenti ministeriali che i tagli, il ritorno a voto, il ritorno al maestro unico, il ritorno al voto di condotta, insomma il ritorno al medioevo sono fatti al fine di migliorare e innovare i processi educativi. Nel vuoto perfino il decrepito può essere presentato come finalizzato al nuovo. Le proposte Aprea Solo qualche parola vogliamo allora spendere sulla proposta Aprea di riforma della scuola. E la parola è: va ritirata. Perché sulle carriere del personale, sulla decontrattualizzazione, sulla istituzione dei Consigli di amministrazione, sulla quota capitarla, sull’ingresso dei privati, sul reclutamento si fa solo ideologismo e si plana facilmente nell’astrattismo. E, soprattutto, si va contro la scuola della Repubblica, laddove si propone di trasformare le scuole in fondazioni. Queste idee sono solo apparentemente autonomistiche: in realtà appartengono ad una idea proprietaria e privatistica delle scuole che la coscienza civile e popolare degli italiani rigetterà. E noi le batteremo sul campo se dovessero passare perché la conseguenza più lieve che riusciamo ad immaginare da una pratica di quelle proposte è una deriva di carattere neozelandese dove, su quella concezione di autonomia le scuole per i deboli chiudono, quelle dei forti prosperano, e interi quartieri rimangono privi di istituzioni scolastiche. No grazie. Davvero, no grazie. La nuova adolescenza la nuova docenza Rimaniamo convinti che le novità, le difficoltà che le novità comportano mai possono essere affrontati con misure che appartengono al passato. Ciò può portare qualche sollievo momentaneo, ma non risolve problemi ed emergenze.
Ad esempio, come abbiamo affrontato la questione della disaffezione allo studio ormai dilagante della nostra adolescenza? Negando semplicemente il problema oppure
rifugiandoci nella analisi sociologica di nuove generazioni non all’altezza. Noi pensiamo invece che in ogni caso, in ogni caso, le nuove generazioni poggiano sulle spalle delle vecchie e perciò vedono più lontano di noi. E sosteniamo che le nuove generazioni sono, se non altro per un fatto biologico e antropologico, se non migliori, certo più avanti e più “proiettive” delle vecchie. Partendo da questo assunto allora incombe su di noi la responsabilità di capire i nuovi dati antropologici della nuova adolescenza. Molto ci convince l’elaborazione del Prof Pietropolli Charmet il quale ci dice: a nulla valgono le critiche feroci di noi adulti alla fragilità e alla spavalderia degli adolescenti di oggi; anzi, è da ritenere senz’altro reazionario tentare di resuscitare il senso di colpa su cui sono cresciute le generazioni precedenti, le nostre generazioni, per riversarle sulla nuova adolescenza. Anzi, aggiungiamo noi, rinverdire, per certi versi, il ritorno al voto di condotta, l’atteggiamento vagamente punitivo e repressivo che ha accomunato Ministri sedicenti progressisti e ministri francamente passatisti oggi in carica, vuol dire, ahinoi!, svelare tutta la tragica insufficienza dl modello relazionale educativo che interpella noi gente di scuola come la nuova genitorialità. Insomma, se la nuova adolescenza non è più figlia del senso di colpa proprio di Edipo, se è invece figlia di Narciso, come ci dice il Prof. Charmet, e sono figli di una relazione familiare centrata sull’affettività e la negoziazione piuttosto che sulla repressione e la paura, non possiamo pensare di riproporre noi stessi come Docenti e come educatori senza fare i conti con le nostre inadeguatezze. Non vogliamo farla troppo lunga: ma quand’è che lanciamo una grande campagna di riconversione culturale e professionale di noi gente di scuola? Quand’è che rusciremo, noi, in grado di valorizzare senza reprimere le nuove doti di creatività che una adolescenza da noi sconosciuta reclama? Quand’ è che riusciremo con una proposta di pedagogia democratica davvero all’altezza ricacciare indietro un incalzare di un mondo adulto decrepito e passatista, come oggi è incarnato francamente dalle ideologie di destra ma che noi da sinistra non sappiamo democraticamente affrontare e contrastare? Dove sono gli intellettuali, i pedagogisti, gli educatori, che facciano una bella battaglia delle idee rialzando la testa e rimettendo in auge la pedagogia e la pratica democratica dell’educazione di contro al medioevo gelminiano? La Dirigenza La Dirigenza sta tutta dentro questa problematica. Noi la vediamo come la categoria che tutto ciò riassume e si porta su di sé. Riaffermare, infatti, la dimensione di una dirigenza come interpretata da una figura che dirige una formazione sociale, piuttosto che di un’articolazione di stato, che dirige cioè un’autonomia, piuttosto che un ente subordinato, una comunità sociale, piuttosto che un’amministrazione, vuol dire avere dei Dirigenti che fondano la loro credibilità e la loro autorità non in rapporto allo stato che pure li ha reclutati e a cui, in quanto funzionari devono rispondere sui fatti amministrativi, ma alla Repubblica che ha loro affidato una sua autonomia. Una concezione alta della Dirigenza, che, se noi stessi non abbiamo, riversiamo poi sulle istituzioni facendole sentire istituzioni minori, non orgogliose di essere autonomie fra autonomie. Allora, certo che faremo il nostro Contratto almeno per quanto riguarda gli istituti normativi e il primo biennio economico, certo che non faremo passare senza colpo ferire le incursioni di Brunetta che vengono tentate per limitare la nostra autonomia dirigenziale, certo che non cesseremo di portare avanti con buon diritto la battaglia per l’equiparazione interna e ed esterna, anche in sede giudiziaria, anche fino alla Corte di giustizia europea.
Ma in tanto queste nostre intenzioni e rivendicazioni e azioni saranno percepite dalla società e dalle controparti come giuste, in quanto noi avremo trasmesso un’immagine dell’istituzione e della dirigenza come simboli e realtà repubblicani,
fondati su valori sociali, autonomistici comunitari piuttosto che su assetti burocratici, amministrativisti, statualistici. Ci verrebbe da dire da queste convinzioni che tanta parte dell’autonomia risiede nella nostra figura di Dirigenti: quanto più sapremo interpretare questo ruolo come leaders sociali ed educativi e sempre meno leader amministrativi e statuali tanto più l’autonomia avrà una chance in più per andare avanti e con ciò sconfiggere false e autoreferenziali idee autonomistiche che sono di importazione e che non hanno futura e materia per essere. L’amministrazione della scuola Non vorremmo che queste parole fossero interpretate come quelle di un’anima bella che si balocca con i grandi afflati e che poi trascura la cruda realtà dell’amministrare la scuola. Tutt’al contrario abbiamo anche su questo terreno elaborato proposte precise, che a partire dal Convegno di Trevi di quattro anni fa abbiamo, crediamo efficacemente, titolato come “lotta alle molestie burocratiche” perpetrate a danno della scuola dell’autonomia. Le ribadiamo tutte e per brevità rinviamo alla relazione che terrà Annamaria Santoro nella giornata di domani. Qualche considerazione di carattere generale Abbiamo concluso, ma consentiteci di fare qualche considerazione di carattere generale che è, ne siamo sicuri, congeniale alla nostra natura di militanti o aderenti confederali. Viviamo in un tempo di gravissima crisi economica, che si aggiunge o svela la crisi di valori forti nella presente società che qualcuno chiama “liquida” e senza centro morale, una crisi economica che stanno pagando le fasce deboli della società e che sta pagando la nostra gente, la gente che la CGIL organizza. La nostra CGIL ha denunciato per tempo la crisi che avrebbe investito il mondo del lavoro e per questo si è fatta promotrice di proposte accompagnate da manifestazioni che dal 27 settembre 2008 ad oggi hanno punteggiato e illuminato il panorama ingrigito della lotta sociale. Noi non apparteniamo a quella schiera di sindacalisti politicanti che, quando vedono rapporti di forza sfavorevoli, cambiano non solo strategia ma anche natura. Per questo, come sulle questioni generali abbiamo instancabilmente lottato fino alla grandiosa manifestazione del 4 aprile, così non ci siamo stancati di denunciare l’attacco devastante che è stato portato alle istituzioni scolastiche. In un momento in cui lo Stato viene di nuovo chiamato ad intervenire, dopo gli anni dell’ubriacatura neoliberista, vediamo ingenti risorse spese a salvare manager e banche. Ma, quando poi sarà passata la crisi, quei soldi spesi a salvare manager e banche dove lo stato li prenderà? La risposta purtroppo c’è già: li sta prendendo allo stato sociale, alla sanità, all’assistenza, alla scuola. Noi non ci possiamo stare. Perché vorrebbe dire che tutte le nostre proposte che abbiamo fin qui fatto per la ripartenza delle istituzioni scolastiche autonome e che nascono da una analisi della realtà e non da desideri corporativi o di bottega, perché traguardano ad una società colta e predisposta allo sviluppo, non avrebbero spazio per camminare e imporsi. E sarebbe una sciagura per il nostro Paese e non solo per le nostre professioni o per la nostra istituzione scuola come istituzione della Repubblica. Nella scuola, in tempo di crisi, la maggiore potenza capitalistica del mondo con il suo nuovo presidente, investe e non disinveste, come si fa da noi con evidente scarsa lungimiranza e con l’ indubbio provincialismo di vedere la scuola come luogo che può andare avanti oggi con un maestro, un libro, un voto.
La lotta e la speranza Noi non abbandoniamo la speranza di cambiare perché non siamo soli, siamo confortati da quei milioni di lavoratori che sono scesi in lotta in questi mesi, da quei milioni di insegnanti, genitori studenti che non si sono rassegnati, e che non si rassegnano perché traggono forza da una analisi della realtà che ci dice che è sempre possibile invertire la rotta di una situazione che oggi sembra irrimediabile. Lo slogan che ci ha uniti un mese fa, il 4 aprile al Circo Massimo di Roma, diceva: “Futuro sì, indietro no”. Quello slogan può essere chiamato ad esprimere anche la nostra vicenda scolastica, perché tutte le misure del Governo in materia di scuola ci riportano indietro e non guardano al futuro. Invece noi non vogliamo tornare indietro e manterremo fermo lo sguardo verso il futuro. Perché quelle persone del Circo Massimo ci dicono che la scintilla di Prometeo è fra noi, anzi Prometeo siamo noi. Non facciamola spegnere. Grazie dell’ascolto e buon lavoro
Convegno nazionale Dirigenti scolastici
L’Autonomia scolastica 10 anni dopo
Firenze 5 e 6 maggio 2009
Comunicazione di Antonio Valentino, Dirigente scolastico
Per stare al tema, sono partito da un interrogativo ovvio ma, comunque, preliminare: cosa ha funzionato e cosa no di quanto previsto dal Regolamento sull’Autonomia Scolastica (AS), ripassando le tappe più importanti di questo decennio, per come le ho vissute.
1. Dalla L. 59/97, art 21, al Ministro Gelmini
Dieci anni fa scrivevo, all’indomani della pubblicazione del Regolamento dell’Autonomia, un articolo per “Proiezioni” dal titolo: “La scuola italiana diventa adulta”. L’ho riletto in questi giorni. E’ evidente in quel testo la speranza, l’attesa connesse con questo evento. Parlavo anche di condizioni perché il processo si sviluppasse in termini positivi. Ma l’atteggiamento complessivo era caratterizzato dalla percezione che si aprisse una pagina nuova per la scuola, proprio grazie all’autonomia.
Da circa due anni (dal ’97) le scuole “sperimentavano” l’autonomia sulla base delle indicazioni che l’amministrazione forniva, assumendo a riferimento la L. 59, art. 21. Non tutto era chiaro nelle circolari e nelle direttive. Ricordo sbavature e un qualche pressappochismo. Ma la regia complessiva di Berlinguer e la sua “sinopia” erano più forti di queste “cadute” ministeriali. Almeno per quella parte del mondo che sperava in una stagione di rinnovamento.
In quegli anni le pubblicazioni sull’autonomia e sui processi in atto uscivano con una intensità che è sostanzialmente venuta meno con la fine del Ministero Berlinguer. In quegli anni pubblicavano testi sull’Autonomia: Missaglia, Barbieri, Piero Romei, Maviglia, Piero Cattaneo.... La prima edizione del mio “Il Piano dell’offerta formativa” è del ’99 (mi si passi l’autocitazione).
Numerose le iniziative nazionali e territoriali (convegni, seminari, anche del nostro sindacato) sull’argomento.
L’intero processo sembrava ben governato attraverso azioni, iniziative, atti normativi coerenti e funzionali. Ne cito alcuni, tra i più significativi:
• La sperimentazione 97-99, già richiamata
• l’elaborazione del Regolamento (DPR 275), con il coinvolgimento dell’associazionismo professionale, delle OOSS di categoria e confederali, dell’Università
• il libro verde di Butera e la sperimentazione di 40 scuole
• le risorse: la L. 440/97
• il riordino funzionale di CEDE e BDP e degli IRRSAE
• la dirigenza ai presidi e Direttori Didattici
• CCNL di comparto del maggio 99 (quello delle funzioni obiettivi e degli incarichi speciali, delle risorse per la flessibilità dentro il Fondo di istituto e anche dell’art 29).
Un “peccato originale” piuttosto pesante è stata la gestione della sperimentazione degli anni 97-99 i cui effetti sono durati a lungo e hanno diffuso un’idea sbagliata dell’autonomia. La nozione di progettificio nasce in quegli anni e stava ad indicare un fare scuola più attento all’extra curricolare che al curricolo scolastico. Con conseguente disattenzione alle debolezze della formazione dei nostri studenti.
La corsa ai progetti era incentivata dalle non poche risorse messe a disposizione.
Va ovviamente richiamata la gestione “disaccorta” dell’art 29, quello del “concorsone coi “quiz”, con responsabilità anche nostre (sono mancati in quella occasione una riflessione approfondita sulle modalità proposte, una corretta percezione degli umori della categoria, un adeguato lavoro istruttorio; è ciò anche a motivo delle nostre divisioni interne su come “collocarci” rispetto a questa radicale novità, mal digerita da una buona fetta del nostro sindacato scuola)
L’art 29, da leva per l’innovazione, diventa praticamente “un’arma di distruzione di massa”, per dirla con una battuta.
Seguono gli anni di De Mauro, dominati dalle ferite profonde dell’art. 29
E poi la disastrosa gestione Moratti (dirigismo e neo centralismo a tutto spiano. Emblematici la normativa sul “Tutor” e il familismo come ideologia pervasiva).
E poi Fioroni, il gladiatore, che da profondo esegeta dell’Autonomia ha ridato vita e poteri ai Provveditorati, di cui tutti avvertivano il bisogno e, nella necessaria ricerca di alleanza, ha attaccato a più riprese i Dirigenti Scolastici (DS) come spendaccioni e incapaci.
Ma questa è un’altra storia. Poi, per carità, qualche cosa buona ci ha lasciato, senza saperlo (la delicealizzazione degli Istituti Tecnici, il regolamento dell’innalzamento dell’obbligo, una erogazione certa delle risorse finanziarie, le “classi primavera”)
E da un anno ci tocca la Gelmini. E poi uno si chiede: da dove nasce la depressione.
2. Come si presenta il quadro oggi.
Mancano purtroppo ricerche approfondite al riguardo.
Veramente mancano ricerche sull’AS anche a livello internazionale e quindi non è possibile neanche una comparazione che ci aiuti a capire. Come si sa, l’AS è stata la trasformazione forse più rilevante degli ultimi 15 anni dei sistemi di istruzione dei paesi OCSE e, in particolare, europei.
L’AS nasce in effetti come parola d’ordine nei paesi OCSE con l’obiettivo di garantire efficienza e flessibilità ai sistemi di istruzione (meno uniformità x realizzare un’uguaglianza non solo formale del diritto all’istruzione, attraverso l’adattamento della scuola alle esigenze di formazione sempre più personalizzata, a misura di individuo. Almeno questa era l’ipotesi). Si trattava di andare oltre i modelli codificati e praticati, rigidi e quindi incapaci di dare risposte a nuove domande e bisogni.
La percezione oggi diffusa è che L’AS è ancora molto gracile e sfibrata. Sostanzialmente non decollata. La scuola italiana non è diventata “adulta”, a parte una serie di esperienze molto qualificate, che sono comunque "mosche bianche".
Sono sotto gli occhi di tutti i segni di questa fragilità, del perdurare di una condizione di possibilità vuote; di spazi aperti, di orizzonti allargati ma in cui non succede niente.
3. L’Autonomia oggi, attraverso i Rapporti CLAS e Fondazione Agnelli e l’indagine della Luiss: le ragioni di un processo incompiuto.
Queste percezioni diffuse sono in parte confermate da due studi sull’argomento: il rapporto del 2007 del gruppo CLAS di Milano su 38 DS e l’indagine curata nel 2004 dall’Osservatorio della scuola dell’autonomia dell’Università LUISS. Ma anche dal Rapporto 2009 sulla scuola in Italia, della Fondazione Agnelli.
Dal primo Rapporto si evince chiaramente la delusione pressoché generalizzata dei DS intervistati per le aspettative, sorte con l’AS e puntualmente naufragate.
Le cause individuate risultano nell’ordine: 1. Le resistenze degli apparati centrali; 2. La governance confusa interna alle scuole; 3. L’impreparazione di DS e insegnanti. 4. I limiti formali e sostanziali alla creazione di un middle management della scuola autonoma.
Ma le preoccupazioni dei DS sembrano concentrarsi, nelle interviste realizzate, soprattutto sulle cause strutturali che impediscono di garantire la qualità didattica della scuola e la qualità del servizio. E si citano, come cause, soprattutto, l’inadeguatezza di docenti di cui è impossibile “liberarsi”, l’impossibilità a garantire continuità didattica a chi pure ha dato buona prova di sé, la difficile gestione delle supplenze. Oltre, ovvio, al problema delle risorse sempre più risicate.
L’indagine Luiss parte dall’interrogativo: Come è stata sfruttata l’AS dal 97 al 2004.
Questi i punti di maggiore attenzione:
1. La scuola italiana ha vissuto, distribuiti a macchia di leopardo, ma sufficientemente estesi nelle scuole superiori (soprattutto, ma non solo, nella Tecnica e nell’Istruzione Professionale), momenti di sperimentazioni innovative che hanno anticipato non pochi contenuti dell’autonomia. Il 43% delle scuole coinvolte nell’indagine afferma di aver avviato attività innovative prima del 1995.
2. Il Regolamento del 99 allarga gli spazi. Spazi che la scuola ha faticato a capire e quindi a utilizzare. E’ prevalso un atteggiamento di passività diffusa, anche a motivo degli stop and go dei processi in campo e delle difficoltà a capire le direzioni di marcia e cosa effettivamente le si chiedeva e in cambio di che cosa. Dall’indagine risulta che il 18% non ha sfruttato in nessun modo i nuovi spazi, adducendo generalmente a motivo la scarsa compatibilità dell’innovazione con il quadro complessivo dell’attività di istituto. Il 32,5% ha attribuito la causa principale alla inadeguatezza o incompletezza della formazione dei docenti, rispetto alle competenze richieste.
3. L’innovazione più consistente si regista nell’area extracurricolare (quindi “addizionale e accessoria”) che fa delle scuole dei progettifici pomeridiani e produce stasi della scuola del mattino. Conseguenza: scoordinamento dell’offerta formativa, disorientamento complessivo e disattenzione alle debolezze strutturali degli allievi.
4. Il disagio culturale e professionale dei docenti è visto come la causa principale del disimpegno sulle possibilità dell’AS. Questo il ragionamento degli insegnanti che emerge dall’inchiesta: "ci si chiede di abbandonare percorsi standardizzati e di costruire un’offerta più mirata. Praticamente una rivoluzione nel modo di fare scuola. Ma in cambio di che cosa e con quali competenze professionali?”
Questo, in altri termini, il messaggio: è velleitario aspettarsi tutti i cambiamenti necessari da docenti da tempo insoddisfatti.
5. Solo una minoranza è stata quindi coinvolta nei processi di autonomia. E questo non ha prodotto cambiamento del sistema. Insegnanti bravi e motivati ce ne saranno sempre ma non possono rappresentare un realistico modello di riferimento
6. Quindi (è la conclusione dell’inchiesta), senza incentivi di remunerazione e di carriera, senza riconoscimento del merito, senza revisione dei meccanismi di formazione di entrata e in servizio, non ci si poteva (può) aspettare dalla maggioranza dei docenti salto culturale e assunzione di responsabilità.
4. C’è un futuro per l’autonomia?
Bella domanda. Si tratta in primo luogo di capire se vale ancora la pena porsela. Penso comunque che molte delle ragioni che hanno portato alla scelta dell’AS non hanno perso la loro validità. Anzi ne escono rafforzate dalle trasformazioni sociali indotte dai sempre più rapidi sviluppi della scienza e della tecnologia.
Occorre però, preliminarmente, fare i conti con alcune debolezze che caratterizzano l’impianto dell’AS per come è stata pensata e portata avanti. Un bilancio che guardi al futuro non può non prevederlo.
Spunti per una analisi al riguardo si possono trovare nel già citato Rapporto della Fondazione Agnelli.
Uno mi sembra particolarmente importante a proposito delle debolezze dell’AS:
l’assenza nella classe dirigente del Paese, ma anche del mondo della scuola, di un’idea forte e condivisa sulle linee di sviluppo dell’Istruzione e formazione e quindi sulla capacità delle Istituzioni Scolatiche.
a. di progettare percorsi differenziati e personalizzati,
b. di sviluppare rapporti con la comunità di riferimento,
c. di “agire” il principio di accountability (dovere / responsabilità di rendere conto).
Un numero elevatissimo di Istituzioni scolastiche (11.000 circa), che restano sostanzialmente organi dell’amministrazione statale, presentano evidente scarsa capacità negoziale nei confronti degli altri soggetti con cui pure sono chiamate a interagire. Lo strumento “reti” per come si configura nel Regolamento (art. 7) presenta evidenti elementi di debolezza (l’art. si riferisce essenzialmente alla interazione delle scuole per finalità che attengono sostanzialmente alle attività didattiche, alla ricerca, alla sperimentazione, alla formazione e a collaborazioni su aspetti amministrativi contabili).
A queste, sempre a proposito delle debolezze dell’AS, ne aggiungerei altre due:
a) È debole il riferimento all’autonomia organizzativa come imprescindibile “sostanza” dell’AS (art. 5 c.1)
b) È assente ogni richiamo al principio di accountability
Superare queste debolezze è, credo, un primo importante terreno di approfondimento e proposta.
5. Le incognite della transizione
Pesano comunque sul futuro dell’AS le incognite dell’attuale transizione. E’ vero che la costituzionalizzazione dell’AS ne ha rafforzato il ruolo, ma la nuova distribuzione dei poteri (tra Stato e Regioni soprattutto) non si è ancora concretizzata in nuovi equilibri tra i diversi livelli coinvolti, né è del tutto chiaro il ruolo che l’AS debba avere.
Il Master Plan del 2006 definiva tempi e modi per la predisposizione delle condizioni di esercizio della nuova ripartizione dei poteri, previsto dal Titolo V, e indicava nel settembre del 2009 la scadenza per definire il quadro delle competenze. Ma non sembra che questa scadenza verrà rispettata.
D’altra parte la transizione è piena di ostacoli, gravata com’è da confusioni, incertezze, contenziosi intorno alla ripartizione delle competenze.
E poi, va onestamente riconosciuto, nessun soggetto è pronto per questo passaggio. Neanche la grande Lombardia, che pure gioca a fare la prima della classe con la LR n. 19 e con l’Intesa tra il ruspante Formigoni e l’inconsapevole Gelmini.
Il futuro dell’AS dipende quindi anche e molto da come le questioni saranno risolte soprattutto su alcuni nodi critici, come la questione personale docente (dipendenza giuridico-formale dallo Stato e dipendenza funzionale dalle Regioni? interpretazioni diverse e approdi non scontati) e da come ci si attrezzerà per sfuggire ai rischi di un di neocentralismo regionale.
6. Prima di parlare di Autonomia
Ancora una riflessione che guarda al futuro suggerisce il bilancio non lusinghiero di questi dieci anni di AS.
Mi è offerta dal già citato Rapporto 2009 della Fondazione Agnelli. Riflessione che mi conferma in una convinzione recentemente maturata e che nasce da considerazioni sulle delusioni per i risultati dei processi di autonomia dopo 12 anni.
Le considerazioni poggiavano su questo interrogativo: E se la delusione nascesse dal fatto che abbiamo mitizzato l’AS, attribuendole compiti quasi di “toccasana” dei problemi e dei mali della nostra scuola? Il riferimento è qui alla scuola superiore di primo e secondo grado. Per la scuola di primaria il discorso è altro.
In un appunto di qualche mese fa, quando con i compagni della struttura di comparto cominciavamo a pensare a questo convegno, annotavo:
“Primo: ripristinare la normalità nel funzionamento delle nostre scuole, normalità intesa almeno come
1. garanzia di livelli accettabili di prestazioni professionali, che presuppongono preparazione continua, sviluppo professionale e competenze,
2. normalità di controlli e valutazione dei risultati come obblighi di sistema, che portino al superamento dell’autoreferenzialità, causa non secondaria di chiusura, separatezza, resistenza al cambiamento,
3. presenza di condizioni che permettano un funzionamento regolare, nel quale i diritti del personale non prevarichino il diritto degli studenti ad un servizio regolare e accettabile. Il riferimento è ai tanti permessi previsti da disposizioni normative come quelle per le 150 ore per la seconda laurea, o per le SISS o per la cura dei parenti (L. 104) o per gli amministratori docenti. O alla intoccabilità 5
di fatto di docenti palesemente incapaci o al fenomeno delle supplenze soprattutto di inizio anno. Non si tratta di situazioni o casi sporadici, recuperabili in altro modo, stante l’attuale situazione di cattedre tutte a 18 ore.
Ecco. Queste cose vengono prima.
L’AS va piuttosto vista, assumendo a riferimento queste considerazioni, come strumento per affrontare e portare a soluzione i problemi socio-pedagogici, didattici e organizzativi che la complessità del sociale oggi ci pone continuamente, per realizzare quel miglioramento continuo che è garanzia di modernità e innovazione, in funzione dello sviluppo del capitale umano, culturale e sociale delle nostre società. Praticamente – è questa l’idea – l’Autonomia come indicatore di qualità, rilevatore del miglioramento, da estendere progressivamente a tutto il sistema, garantendone le condizioni.
7. L’Autonomia fuori da miti salvifici
Per questo ho letto con particolare interesse i passaggi del Rapporto della fondazione Agnelli in cui questo orientamento veniva affermato. Vi si legge: “E’ bene diffidare di una diffusa e trasversale retorica dell’AS, propensa ad attribuirle poteri salvifici”. E ancora “E’ opportuno valutare l’autonomia in termini più laici e pragmatici per evitare di attribuirle poteri salvifici che non ha e non può avere come, ogni altra "policy" che affronti problemi sociali di particolare complessità”. E in un altro passaggio: “l’Autonomia va messa alla prova come strumento pragmatico: non le si può richiedere di risolvere tutti, e tutti insieme, i problemi della scuola di oggi, contribuendo a renderla più equa, più efficiente e migliore nei risultati”.
Potremmo dire comunque, in tema di bilancio, che l’autonomia almeno un risultato – non voluto – l’ha ottenuto: quello di catalizzare il disagio del personale della scuola mettendo a nudo le difficoltà che già c’erano: l’inadeguatezza culturale e professionale, l’assenza di ogni principio di responsabilità rispetto agli esiti del proprio lavoro (accountability e dintorni), ma che venivano mascherate dall’uniformità burocratica.
8. C’è una nostra parte?
Da ultimo: c’è una nostra parte da giocare in questa partita, per un riavvio del processo su basi riviste e con condizioni definite?
Non so.
Provo a elencare comunque, per i fantasiosi e gli appassionati (che per fortuna al nostro interno non mancano), i punti su cui potrebbe essere importante il nostro impegno di sindacato confederale e di DS dentro il sindacato
Eccoli:
Innanzi tutto:
Uno. Favorire e sostenere l’associazionismo delle scuole autonome, chiedendone il riconoscimento formale e definendo l’obbligo del confronto con le ASA di regioni ed enti locali (Riprendo e rilancio con questo punto una proposta che già ho fatto con scarso successo nel Convegno di Orvieto di due anni fa. Mi piace riproporre al riguardo un passaggio dell’art. 1, c.1 del Regolamento dove si afferma, che le ISA
“interagiscono tra di loro e con gli Enti locali promuovendo il raccordo e la sintesi tra le esigenze e le potenzialità individuali [?] e gli obiettivi nazionali del sistema di istruzione”. Non può costituire – questo riferimento – elemento utile per appoggiare proposte in questo senso?
Due. Lanciare e rendere operativo il principio della rendicontazione sociale delle IS
Tre. Dimostrare disponibilità a / favorire, attraverso opportuni dispositivi, la valutazione e autovalutazione di istituto sulla base di opportune garanzie.
E poi, su un terreno più strettamente sindacale, indicherei ancora tre punti:
a) recuperare il senso e il valore delle Funzioni strumentali, che devono ridiventare funzioni – obiettivo, cioè finalizzate a concrete obiettivi di miglioramento su aree circoscritte del POF e affidate in ragione di competenze acquisite o della disponibilità a ricerca-azione su di esse;
b) assumere come obiettivo urgente la ripresa della elaborazione di proposte sullo sviluppo e il riconoscimento professionale, valorizzando l’impegno, la disponibilità, la crescita professionale, l’orientamento al risultato, attraverso dispositivi che le leghino a sviluppi diversificati di carriera;
c) assumere come oggetto di rivendicazione e come obiettivo professionale strategico lo sviluppo delle competenze professionali e le responsabilità professionali (il rispondere di quello che si fa e di come lo si fa e con quali risultati) – con annesse garanzie -, considerati non più soltanto espressione di un codice etico, ma elementi non secondari dello stato giuridico del dirigente e dell’insegnante.
Considerazione conclusiva
Il bello dei convegni:
• è che sono luoghi e occasioni per ascoltare cose interessanti e stimolanti,
• è che le cose dette o ascoltate non impegnano nessuno. Si parla si ascolta in modo “leggero”. “Domani è un altro giorno”. Tutto come prima.
Mi piacerebbe, però, sull’ultima considerazione, essere contraddetto.
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