Le guerre di religione per la mia generazione sono solo ricordi di scuola: dalla lotta
iconoclastica alle Crociate e a tutto ciò che seguì dopo la pace di Augusta fino alla guerra
dei trent’anni, alle cacciate dei gesuiti ed oltre fino alle grandi rivoluzioni, borghese e
proletaria. Ed eravamo convinti che ormai, dato che il pianeta era equamente diviso – si
fa per dire – tra cristiani, mussulmani, induisti e via dicendo, ciascuna comunità, grande
o piccola che fosse, potesse convivere pacificamente con il suo credo.

Oggi pare che le guerre di religione stiano ripartendo all’interno di comunità che, con i nuovi e sempre più massicci fenomeni migratori, debbono imparare a convivere con culture e religioni diverse. E proprio all’approssimarsi del Natale guerre in formato ridotto sembrano
profilarsi proprio laddove di guerra non si dovrebbe mai parlare: cioè nelle nostre scuole!
Questo Presepio s’ha da fare oppure no? E se sì, ci mettiamo un bambinello dalla
carnagione un po’ olivastra? Forse Gesù, ebreo di quell’epoca, era un po’ colorato?
Oppure facciamo la festa dell’inverno? Ma no, procediamo come abbiamo sempre fatto
perché il Natale è la festa di tutti, e così via! Dirigenti scolastici, sindaci e genitori sono
tutti mobilitati in diatribe che poi rimbalzano sulla stampa… ed ogni soluzione lascia
sempre qualcuno insoddisfatto!

Allora, non sarebbe il caso di… ripartire un po’ da zero e ripensare perché e per come
nel corso degli anni la nostra scuola pubblica a poco a poco ha cominciato ad ospitare
fatti e momenti che poco hanno a che fare con lo studio in senso stretto? Forse tutto è
cominciato da quando, negli anni Settanta abbiamo cominciato a cucire un rapporto tra
scuola e società. Quando, con i decreti delegati e i nuovi organi collegiali, abbiamo
cominciato a costruire una scuola che non fosse solo a tempo pieno ma anche a spazio
aperto. E nello spazio c’è il Comune, ma anche la parrocchia!
Tanti anni fa non era così! A mia memoria, non ho mai visto un Presepe nelle mie
scuole! C’era solo la letterina di Natale in prima elementare per dimostrare a mamma e a
papà che avevamo imparato a scrivere! Forse perché c’era un’altra presenza,
assolutamente pesante, quella del sabato fascista e… a scuola tutti in divisa! Comunque,
neanche le scuole del Regno postunitario erano tanto tenere con gli avvenimenti religiosi,
anche perché, per istituire un nuovo liceo, non si esitava a requisire un convento! Quei
Savoia così anticlericali!

Ma, torniamo a noi! Mi viene da pensare: non abbiamo forse ecceduto un po’ troppo,
all’italiana, ad introdurre nelle nostre scuole iniziative che alla scuola non appartengono?

Se è vero che gli alunni non sono tenuti ad andare a scuola nei giorni delle festività
religiose, non sarebbe più opportuno che queste festività venissero celebrate nei giorni
canonici nelle chiese e nelle famiglie? Di fatto la scuola pubblica appartiene a Cesare e
non a Dio! Già avverto gli strali dei tanti “benpensanti”! Anche perché è impossibile
rimontare abitudini ormai consolidate da molti decenni nelle nostre scuole! E tornare
indietro è difficile! E la Cei lancerebbe una campagna in difesa di quei valori che sono
anche gran parte delle nostre radici! E poi c’è il Concordato. Ed è anche un fatto che
nessuno di noi può non dirsi cristiano: ce lo ha ricordato don Benedetto tanti anni fa!
Comunque, un ritorno alle origini laiche della nostra scuola pubblica è possibile,
ovviamente non in tempi brevi.
A mio avviso, i principi fondamentali della nostra Carta costituzionale non sono ancora profondamente entrati nella nostra coscienza civile! La Costituzione viene percepita dai più come la legge fondamentale dello Stato, una cosa che sta lì e che spetta alla Consulta farla rispettare! Ma non è solo questo, è molto, molto di più! La Costituzione individua e fonda valori che vengono da lontano, da quando cioè lo “spirito laico” ha cominciato a farsi strada in Europa proprio per fronteggiare quelle guerre di religione e quelle controversie che vedevano alcuni accaparrarsi il Vero contro altri che se ne accaparravano un altro! Ed è proprio da queste numerose appropriazioni del Vero che è partita quella riflessione che ha poi condotto alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789. Cito i primi due articoli: “1. Gli uomini nascono e vivono liberi ed eguali nei diritti. Le distinzioni sociali non possono essere fondate che sull’utilità comune. 2. Il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali e imprescindibili dell’uomo. Questi diritti sono: la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione”. Del resto, alcuni anni prima, nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti di America del 1776 si legge: “Noi riteniamo incontestabili ed evidenti per se stesse le seguenti verità: tutti gli uomini sono stati creati uguali; essi sono stati dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili. Tra questi diritti sono in primo luogo la vita, la libertà, la ricerca della felicità. Per assicurare il godimento di questi
diritti, gli uomini hanno stabilito tra loro dei governi, la cui giusta autorità emana dal
consenso dei governati
”.

Così il pensiero laico si è fatto strada, e con tanta difficoltà, fino ai nostri giorni ed è
venuto elaborando criteri e principi che sono oggi fondanti di ogni convivenza
democratica
. E questi principi sono tutti nella nostra Costituzione la quale, checché se
ne dica, proprio in fatto di principi generali, è una delle più avanzate nel mondo.
Ritroviamoli questi principi, elencandoli senza alcun commento. Democrazia; lavoro;
solidarietà politica, economica e sociale; uguaglianza e libertà; persona e minoranze;
diritto d’asilo; ripudio della guerra; iniziativa libera ma socialmente utile; le autonomie
(definite e sancite nel testo del ’47 ed avviate nel testo del 2001); i diritti della famiglia; i
tre poteri indipendenti. Ed i principi fondanti si arricchiscono nel testo del 2001 con altri
principi: sussidiarietà; coesione; solidarietà; equità; responsabilità; differenziazione;
adeguatezza.

E’ opportuno ricordare che nello stesso anno in cui entra in vigore la Costituzione
repubblicana viene pubblicata la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, di cui mi
piace ricordare l’esordio: “Art. 1. Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e
diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in
spirito di fratellanza. Art. 2. 1) Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà
enunciati nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di
colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine
nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. 2) Nessuna distinzione
sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del Paese o
del territorio cui una persona appartiene, sia che tale Paese o territorio sia indipendente, o
sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi altra
limitazione di sovranità
”.

E’ importante sottolineare che gran parte di questi principi oggi sono stati recepiti
anche da quelle stesse autorità ecclesiastiche
che non furono affatto tenere né con Bruno
né con Galileo! Tanto meno con quelle decine di migliaia di streghe che alimentarono
altrettanti roghi in Europa e fin nel Nuovo mondo. Sono principi universali che hanno
vinto anche sulla Chiesa tridentina! Così dagli incerti liberaleggianti di Pio IX (lo Statuto
degli Stati della Chiesa del ’48) e la successiva netta chiusura del Non expedit del ‘74 si
giunse nel ’91 a quella Rerum novarum di Leone XIII che avviò, a mio vedere, l’inizio della
svolta. E le disponibilità al dialogo di un Giovanni XXIII e di un Giovanni Paolo II sono
ormai note a tutti noi. Si tratta di un insieme di vicende non da poco! E’ segno che la
Chiesa, forse suo malgrado, ha dovuto fare i conti con le aperture e le disponibilità dello
spirito laico, il quale, com’è noto, non si presenta affatto come un nuovo credo. Non so se
la Chiesa sua sponte ce l’avrebbe fatta ad evolversi, se non ci fosse stato il pungolo deciso
del pensiero laico nato e cresciuto fuori di essa.

Se questo spirito laico anima – o dovrebbe animare – i Paesi avanzati, i principi laici
dovrebbero animare e sostenere i processi dell’insegnare/apprendere
per quanto
concerne quella sfera dell’Educazione che afferisce appunto alla formazione della persona
in quanto in primo luogo cittadino libero e responsabile in una società che si riconosce
nei principi della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Insomma Annunziata,
Ester e Mohamed, cattolica, ebrea e mussulmano – e mettiamoci anche un Laotzè taoista
– sono a fianco a fianco, ciascuno con la sua fede, in una scuola i cui principi fondanti
sono quelli della laicità. Perché è nello spirito laico soltanto che possono riconoscersi e
convivere in armonia tutte le credenze.

E’ per questo insieme di ragioni che la nuova disciplina Cittadinanza e Costituzione –
è comunque augurabile che sia qualcosa di più e di meno di una disciplina
– dovrebbe
aiutare a costruire nei nostri istituti di istruzione nuovi modi di avvicinare gli alunni a
quella convivenza civile in cui culture, lingue e religioni hanno diritto di cittadinanza ma
mai di superiorità, tanto meno di prevaricazione! Quindi si apre una grossa sfida, che va
molto al di là delle finalità stesse che la nuova disciplina si propone di realizzare. Non si
tratta soltanto di “erudire il pupo” agli articoli della nostra Carta, ma di educare il nuovo
nato, ed il nuovo arrivato, ad interiorizzare quei principi della laicità che soli possono
garantire a ciascuno di riconoscersi l’uno nell’altro, al di là – anzi al di sopra – delle loro
fedi di origine. La laicità non è una religione di Stato, come alcuni libellisti paventano,
non è una ideologia a cui si viene indottrinati, è la strada, invece, in cui si viene liberati!
Il cammino non è facile, è lungo e comincia adesso! Sarebbe un grave errore se si
trattasse soltanto di una nuova disciplina attribuita all’insegnante di storia e di diritto.

Anche se in termini ordinamentali questa potrebbe essere la collocazione, in termini reali
di Educazione con la E maiuscola riguarda tutti gli insegnanti e le stesse famiglie.
La “funzione docente” si esprime e si realizza in un concreto “comportamento
insegnante”, come sa bene chi si occupa di formazione degli insegnanti. Pertanto non si
tratta di “insegnare” che cosa dice la Costituzione, ma farla concretamente vivere nei
quotidiani rapporti alunni/docenti/alunni animati e guidati, appunto dai principi che in
essa sono scritti e sanciti. Libertà e responsabilità devono crescere insieme fin dalla
scuola dell’infanzia e diventare con il crescere/apprendere la norma della quotidiana
convivenza! Guai se la nuova disciplina diventasse un’ulteriore materia da mandare a
memoria! Da quanto detto emerge quindi una responsabilità degli insegnanti tutti
assolutamente nuova: si tratta di una sfida che mette in gioco la loro stessa
professionalità. E, se questa sfida sarà raccolta ed agìta correttamente, nel giro di pochi
anni le piccole guerre di religione natalizie e pasquali saranno un lontano ricordo, ed i
principi di quella Bibbia laica che è la Costituzione – è quella felice espressione del
Presidente Ciampi che ricordo spesso nei miei scritti – vedranno convivere e collaborare
insieme piccoli e grandi di tutte le fedi! In forza di quel principio laico che è l’unico
garante di una convivenza pacifica e produttiva!

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