La proposta di definire una soglia per la presenza di alunni stranieri nelle classi (o nelle scuole) del nostro paese non è nuova: è stata rilanciata circa un anno e mezzo fa da esponenti politici in Lombardia, sull’onda della forte rilevanza attribuita dalla stampa locale e nazionale ad alcuni dati relativi all’elevatissimo numero di alunni stranieri presenti in alcune scuole primarie del capoluogo. Ricordo, in particolare il clamore suscitato dalla notizia dell’85% di alunni stranieri, appunto 85 su 100, del plesso di via Paravia della DD “Lombardo Radice” e le polemiche successive.
L’idea di un tetto o, comunque, di quote di iscrizioni di alunni di cittadinanza non italiana è stata ripresa in tempi più recenti anche ai massimi livelli dell’Amministrazione Scolastica: ne ha parlato prima il ministro Gelmini, facendo riferimento ad un tetto del 30% e quindi, con l’ipotesi di una percentuale diversa (il 20%), anche il Direttore Generale USR Lombardia, Giuseppe Colosio.
All’origine del dibattito che ne è scaturito, e che ha trovato eco su queste pagine, c’è indubbiamente la forte preoccupazione, condivisa, almeno in linea di principio, da tutti, al di là dei diversi schieramenti politici e di pensiero, per un fenomeno di grandi proporzioni (il sempre crescente aumento del numero di bambini e ragazzi stranieri, privi di alcuna conoscenza della lingua italiana, nelle scuole di ogni ordine, ma soprattutto del ciclo dell’obbligo, in alcune aree del paese) che - va detto- per tanti anni è stato “gestito” solo marginalmente. In parte perché, a lungo, ha avuto le caratteristiche emergenziali di un flusso “biblico”, resistente a qualsiasi tentativo di governance; ma, forse, anche perché, ancora una volta, il paese e la società civile italiana (non solo la classe politica) sono stati incapaci di esprimere una seria programmazione degli interventi in campo sociale. Programmazione che significa analisi tempestiva del problema, prefigurazione degli sviluppi possibili, graduale sperimentazione di modelli di intervento, validazione degli stessi nel tempo. A lungo, invece, ognuno degli attori in campo, ma anche, e soprattutto, dei decisori, è andato in ordine sparso. Questo non significa che nulla sia stato fatto: si è fatto molto, come al solito accade in Italia, con creatività , buon senso, impegno civile, tanto volontariato, grande dispendio di energie (e di risorse). Ma anche con approssimazione, soluzioni naives, scarso raccordo interistituzionale e unaprogrammazione a livello territoriale talora prossima allo zero.
Il sistema scolastico, in presenza di turbolenze inevitabili, legate anche all’alternanza di indirizzi politici, ha tentato di regolarsi da sé, alla ricerca di un equilibrio forse impossibile, in ogni caso mettendo in essere strategie e forme di ammortizzatori che, bene o male, hanno garantito una certa funzionalità. Ogni tanto si sono determinati dei punti di rottura, si sono manifestate delle zone di crisi (pensiamo, per restare a Milano, alla vicenda della scuola araba), ma, gradatamente, le lacerazioni sono state riassorbite e la situazione è tornata allo stato di fisiologica emergenza. Roma ha continuato a discutere, mentre Sagunto bruciava e bruciava e bruciava. (Sia chiaro che il riferimento a Roma è dovuto esclusivamente al rispetto del testo letterale della citazione: si discuteva a Roma, come a Milano,a Padova, come nei centri più piccoli; a livello di Stato, di forze politiche nazionali, come di enti locali, amministrazioni cittadine, singole scuole; e intanto i bambini stranieri si presentavano a scuola, giorno dopo giorno, in ogni fase dell’anno scolastico e venivano accolti, inseriti nelle classi, alfabetizzati, integrati, ecc. ecc.).
Oggi si parla di nuovo di elevatissima, forse eccessiva, presenza di alunni stranieri nelle scuole di alcune città o quartieri. Ci sono scuole con fortissima presenza di alunni stranieri perché (sarà un’ovvietà dirlo, ma è vero, è un fatto sotto gli occhi di tutti) ci sono intere zone delle nostre città e dei nostri paesi, in cui vivono e lavorano tantissimi stranieri, europei ed extra comunitari, regolari e non regolari, con permesso di soggiorno e senza, di recente e recentissima immigrazione, ma anche di insediamento più “datato”. Più in generale, uomini e donne immigrati, in grandissimo numero, fanno parte integrante del nostro mondo, direi quasi del paesaggio delle nostre città, sono sui mezzi pubblici, nei luoghi di lavoro e di divertimento, abitano le nostre strade, vivono con i nostri anziani. E i loro figli, le loro figlie, per fortuna, vanno a scuola.
La realtà di alcune scuole in alcuni quartieri, in alcune aree, metropolitane e non, è talmente caratterizzata in senso multietnico che appare, francamente, impossibile ipotizzare di modificarla in modo significativo senza sopprimere esperienze strettamente integrate ad un tessuto sociale e abitativo altrettanto connotato, senza estirpare soggetti da territori e da comunità omogenee. Per dirla in altre parole, senza chiudere determinati plessi scolastici, trasferire alunni altrove, ridefinire organici e titolarità del personale.
Poi, secondo il livello di soglia che si vorrà prendere come riferimento, si potranno chiudere o ridimensionare pochissime realtà o incidere sulle istituzioni scolastiche con una politica di maggiore impatto. Per restare a Milano, infatti, un tetto al 30% porterebbe al coinvolgimento di un numero limitatissimo di scuole. Sulla base dei dati di una recente rilevazione effettuata a cura dell’Ufficio Integrazione dell’USP, si contano, infatti, sulle dita di una mano le istituzioni scolastiche del territorio in cui il numero di alunni stranieri supera ad oggi la fatidica soglia. E in due casi la percentuale si raggiunge contando gli iscritti ai corsi serali degli adulti.
Un tetto del 20% consentirebbe più realisticamente la modifica sostanziale del quadro attuale. A che prezzo? Grandi disagi per molte persone, rilevanti problemi organizzativi e logistici, ma soprattutto uno strascico di infinite polemiche e agitazioni. Con quali vantaggi? Non è troppo difficile prevedere che i vantaggi, ammesso che ce ne siano, potrebbero durare lo spazio di un anno scolastico o di un quadrimestre. Perché, poi, i bambini cinesi tornerebbero a presentarsi numerosi nella scuola di via Giusti, nel quartiere dove vivono e dove pulsa la vita della loro comunità. E così tutti gli altri.
Io credo che non si possa cancellare, con un colpo di spugna, indolore o meno che sia, la realtà com’è oggi, che è figlia di ciò che avvenuto nel paese negli ultimi vent’anni.
Un tetto applicato al numero complessivo attuale di alunni stranieri (di cittadinanza straniera, nati in Italia o non nati in Italia: poi si può discutere su categorie e sottocategorie) per scuola o plesso o classe, ha poche sensate ragioni di essere e limitate possibilità di condivisione e realizzazione.
Dobbiamo, piuttosto, a mio parere, agire su ciò che può ancora essere modificato, sul futuro prossimo venturo, per ridurre gli squilibri più evidenti, ma soprattutto per garantire migliori condizioni di inserimento scolastico e di promozione culturale e sociale a tutti, allievi di cittadinanza italiana e allievi stranieri. Conviene operare per incidere con più efficacia soprattutto su un fenomeno che è ancora in corso, quello del flusso degli alunni stranieri neo-arrivati, (quelli che sono appena giunti in Italia dalle più disparate parti del mondo, o ci stanno arrivando oggi e si presenteranno domani, 21 dicembre 2009,in una delle nostre scuole).
In quest’ottica, per esempio, si sta lavorando con il Progetto START a Milano, in piena collaborazione tra Amministrazione Scolastica, Scuole e Comune: con interventi di orientamento e accoglienza su base interdistrettuale, con l’organizzazione coordinata di corsi di prima alfabetizzazione, con la progettazione territoriale delle attività di integrazione ed intercultura, con la programmazione interistituzionale dell’impiego delle risorse.
I numeri dei neo-arrivati sono ancora alti (3960 a Milano e Provincia, nel corso dell’a.s. 2008/2009, quasi altri 1800 da maggio ad oggi) e vanno ad incidere spesso su realtà scolastiche già in sofferenza. Occupiamoci almeno dei neo-arrivati!
Come agire per controllare o almeno regolare questo flusso continuo, che investe le scuole in corso d’anno, ad organici chiusi, fa lievitare il numero di alunni per classe, incide sulla didattica anche con l’ingresso nelle aule di bambini stranieri portatori di handicap, che spesso sono gli ultimi a raggiungere le famiglie in Italia?
E’ prioritario incidere, come ha opportunamente indicato il Direttore Colosio, innanzitutto sui ricongiungimenti, in collaborazione con le prefetture e le autorità di pubblica sicurezza. Definiamo i tempi di arrivo di questi bambini, programmiamoli meglio in relazione alle diverse fasi dell’anno scolastico.
I ricongiungimenti interessano per lo più bambini e ragazzi in età scolare, in gran parte da inserire nelle scuole medie o nelle secondarie di secondo grado.
Le iscrizioni vanno “orientate” sulla base di un’anagrafe precisa ed aggiornata, da gestire in sinergia tra istituzioni diverse, sul modello di qualche esperienza pilota che già c’è. Non si tratta necessariamente di mettere in piedi nuove banche dati, ma di rendere effettivamente funzionanti quelle che ci sono o collegare tra loro sistemi diversi.
Va favorito l’inserimento in scuole ove ci sia “capacità” di accoglienza, e non solo la disponibilità umana degli operatori e la cultura dell’integrazione. Solo in questa prospettiva, secondo me, potrebbero tornare utili delle soglie: le prime scuole dove indirizzare le nuove iscrizioni dovrebbero essere quelle con un numero di bambini stranieri percentualmente più basso.
Per orientare le scelte delle famiglie, specie quelle con figli più grandicelli (i bimbi piccoli è difficile immaginare che i genitori accettino di inserirli in scuole dell’infanzia o primarie non vicinissime a casa) occorrono punti di accoglienza, presidi territoriali ben identificati (che è il punto centrale del progetto dei Poli Start). Qui devono operare, a regime, equipes miste: mediatori, docenti in grado di valutare le competenze linguistiche dei bambini, assistenti sociali ed educatori, vale a dire personale in grado di accogliere i soggetti e di indirizzarli alle scuole per l’iscrizione.
Un altro ambito strategico di intervento ancora possibile, anzi necessario, riguarda l’organizzazione e i contenuti dei corsi di alfabetizzazione linguistica.
La padronanza dell’italiano è fondamentale per l’inserimento dei bambini a scuola e nell’extrascuola e per la loro emancipazione sociale e culturale. Solo nel nostro paese possiamo continuare a negare l’evidenza in proposito e spesso a dare a molti bambini stranieri la conoscenza della lingua italiana a livello elementare, sostanzialmente per ascoltare e farsi capire. Li inseriamo nelle classi, gli insegniamo a comunicare e poi magari li fermiamo per uno o più anni perché non sanno scrivere in italiano o non riescono a studiare sui nostri libri la storia o la matematica. E dietro l’angolo c’è solo il disagio, e poi la dispersione, inevitabile.
Occorre strutturare con precisione gli interventi di prima e seconda alfabetizzazione e non lasciarli all’improvvisazione di un territorio o di una singola scuola. Vanno definiti gli standard di competenze per la comunicazione e quelli per lo studio; occorre, soprattutto, che a proporre l’attività di alfabetizzazione sia personale preparato, stabile, non docenti in fuga dalle classi o precari. Molte scuole hanno insegnanti preparati, altre solo persone di buona volontà, altre ancora nessuna risorsa, e allora magari i loro Dirigenti dicono di non poter accogliere i bambini stranieri e li dirottano altrove.
La soluzione ideale sarebbe la presenza di uno o più facilitatori di provata competenza (con un albo?) in ogni scuola, con finanziamenti congiunti tra Amministrazione Scolastica ed Enti Locali. Missione impossibile, stante le attuali ristrettezze economiche? E allora abbattiamo qualche tabù, tra cui anche la scelta oggi prevalente di non attivare iniziative di reinserimento nelle scuola per gruppi di allievi neo-arrivati. Penso soprattutto alle istituzioni dove i neo-arrivati sono pochi, da uno a cinque, e non si riesce a garantire la presenza di un docente per gestire un corso di alfabetizzazione. Non scartiamo a priori l’idea di laboratori di formazione linguistica (italiano L2) a livello territoriale, con una frequenza anche a tempo parziale: i bambini neo-arrivati vi potrebbero essere inseriti per un arco temporale variabile (con una breve full immersion o in rapporto all’acquisizione o meno delle competenze previste), magari solo durante la mattinata, per poi tornare per l’intervallo mensa e il pomeriggio nella scuola dove sono iscritti.
Ho visto esperienze di questo tipo in paesi stranieri e non mi sono sembrate necessariamente dei ghetti, ma delle soluzioni plausibili per un problema cui altrimenti continueremo talora a dare delle non soluzioni o delle soluzioni posticce. Potremmo almeno provare a realizzare delle esperienze pilota. E osservarle, monitorale, valutarle. Sarà pur sempre meglio che continuare a discutere all’infinito. A Roma, come a Milano, a Padova …
Rita Garlaschelli
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