La recente circolare ministeriale, n. 2 dell’8 gennaio 2010, a firma del direttore generale Dutto, si muove con abilità su un crinale di non semplice percorribilità e sul quale si possono facilmente compiere passi falsi.
Ne è evidentemente consapevole l’estensore che più volte sottolinea la complessità e la difficoltà della questione, nella quale entrano molte variabili che conducono, fra l’altro, all’indicazione di deroghe all’affermato principio di un tetto per gli alunni stranieri nelle classi. Dobbiamo quindi distinguere il merito di quanto troviamo nel documento dall’uso che se ne farà, e se ne sta già facendo, sul piano politico e, direi, anche culturale.
In questo senso non può sfuggire il fatto che ancora prima della pubblicazione della circolare stessa sul sito del ministero, sia stata data un’informazione alla stampa incentrata sulle quote per gli alunni stranieri: un chiaro intento politico che si inscrive nella linea, seguita da esponenti di questo governo, di enfatizzare gli allarmi riguardanti i cittadini stranieri.

Occorre ricordare che nel caso specifico della scuola, essa si accompagna con la riduzione delle risorse per l’integrazione. Che dire dell’avversione proclamata dalla ministra nei riguardi delle compresenze, uno strumento un tempo diffuso in quasi tutte le scuole che permetteva la formazione di gruppi ridotti di alunni e l’attuazione di interventi anche individualizzati per alcune ore settimanali ? Che dire della tenacia con la quale non si definisce un numero significativo di insegnanti facilitatori per l’insegnamento dell’italiano L2, attualmente presenti in numero ridotto e quasi sparuto solamente in poche città e province? E’ il caso di ricordare a questo proposito – tanto per parlare sulla base di dati concreti - che in provincia di Milano si è assistito ad un fenomeno davvero strano e paradossale: all’aumento esponenziale di alunni stranieri negli ultimi dieci anni ha corrisposto una riduzione inversamente proporzionale delle risorse professionali dedicate all’integrazione (dieci anni fa gli insegnanti facilitatori in organico provinciale erano 700, ora sono una novantina..!).

L’integrazione scolastica ha certamente dei costi ma se, per miopia e/o per calcolo politico, non sivogliono pagare, non resta che percorrere viottoli secondari magari propagandandoli come autostrade: percorsi secondari che non raggiungono la meta, allo stesso tempo assi viari deturpanti il paesaggio culturale. Questo è il caso della quota massima di alunni stranieri per classe.
Nel merito tuttavia la circolare costituisce un esempio di visione ampia oltre che di pregevole equilibrio. In primo luogo equilibrio fra diritti delle persone ed esigenze dell’organizzazione scolastica nel perseguire al meglio i suoi fini formativi per tutti. Si afferma che le indicazioni della circolare “non vanno intese quali vincoli posti ai genitori che iscrivono i propri figli, bensì quali criteri di carattere organizzativo” per le scuole. Par di capire che a nessun genitore, italiano o straniero, può essere imposto di iscrivere “altrove” il proprio figlio. Ne discenderebbe la necessità, da un lato, di un rapporto con i genitori mirato a persuadere senza obbligare, dall’altro, di accordi e programmazioni territoriali per aree, e a tal fine rispuntano i bacini di utenza da rivedere, ampliare, rendere flessibili. Vi è poi il richiamo insistito e ripetuto al DPR 394/1999 a cui si riconducono le indicazioni proposte dalla circolare che ne sarebbero perciò una interpretazione autorevole. Ora quel decreto è fortemente integrativo e costituisce un ostacolo evidente alle intenzioni segregatorie.
Inoltre viene sì indicato una quota/tetto del 30% ma essa può esser abbassata o aumentata tenendo conto di elementi quali gli alunni stranieri nati in Italia e/o italofoni, e la mancanza di alternative reali (si pensi ad esempio a un paese dove c’è una sola scuola statale e la popolazione straniera superi la quota stabilita).

La chiara indicazione data alle scuole e ai loro dirigenti di lavorare per patti territoriali e accordi nella formazione delle classi con utenza straniera è certamente condivisibile. Essa però presuppone che i dirigenti si facciano carico della questione senza volere difendere a ogni costo posizioni precostituite, sia nel senso di non accollarsi alunni ritenuti problematici sia, al contrario, tenendoli per evitare riduzioni nel numero delle classi. Non è mistero che molte scuole “gravate” di alunni stranieri stanno vicino a scuole che non lo sono e che cercano spesso, in tutti i modi, di non esserlo.
Esse magari “dissuadono” i genitori stranieri dall’iscrivervi i figli ma, nello stesso tempo,
accolgono gli alunni italiani “in uscita” dalla scuola vicina. Tale perversa complementarietà fra scuole “buone” e “non buone”, “bianche” e “colorate”, potrebbe essere assai difficile da superare.
Gli accordi territoriali dovrebbero basarsi quindi su una forte regia dell’USR e degli uffici
provinciali. Ma nella circolare, al riguardo, troviamo una “sbavatura” che lascia perplessi. Si dice infatti che il criterio organizzativo relativo alla specifica composizione delle singole classi… è susseguente a quelli che presiedono alla costituzione del numero delle classi di pertinenza della Direzione regionale e degli uffici territoriali. Che significa ? Che il numero delle classi attribuite alle scuole avviene, “a monte”, sulla base di criteri che non tengono conto, o lo fanno parzialmente, degli alunni stranieri, ma che poi “ a valle”, le singole scuole o le reti territoriali di scuole, in accordo con gli enti locali, faranno in modo di ridistribuire per rispettare la quota? Non sarebbe meglio invece procedere diversamente, “ a monte”, assegnando le classi dopo gli accordi e i patti?

Certo questo potrebbe comportare che alunni italiani “in uscita” siano invitati a ritornare nella
scuola di bacino. Un’altra “sbavatura” riguarda gli iscritti stranieri in corso d’anno la cui
“assegnazione” alle scuole verrebbe effettuate dalle “scuole polo” presso le quali dovrebbero andare a iscriversi. Si tratta di un’assegnazione senza consenso del genitore ? Se così fosse sarebbe in contrasto con quanto affermato dalla stessa circolare in precedenza. Forse occorre usare termini ed espressioni meno equivoche. Un ulteriore elemento che suscita perplessità è l’affermazione ripetuta relativa alla possibilità di derogare dal principio dell’iscrizione alla classe anagrafica nella scuola dell’obbligo: pare quasi un invito a generalizzazione una prassi che, ricordiamo, è già molto, forse troppo, diffusa: gli alunni stranieri in ritardo scolastico erano due anni fa attorno al 30% nella
scuola primaria, oltre il 50% nella secondaria di primo grado, oltre il 70% nella secondaria di
secondo grado!
In questa vicenda di quote stabilite ma, giustamente, flessibili si corre il rischio di una ulteriore “localizzazione” dei diritti, la possibilità, già purtroppo reale, che un alunno straniero riceva trattamenti assai diversi a seconda del territorio in cui risiede. Molto dipenderà infatti anche dalle decisioni politiche degli enti locali.
Infine per scendere nella concretezza sarebbe bene anche tener presente che una classe di 20 alunni non può ricevere neanche il 20% di alunni non italofoni, sarebbero ben quattro! Allora sarebbe meglio prescrivere che in una classe, gli alunni non italofoni non debbono essere più di 2 e, se non è possibile fare altrimenti, la classe e la scuola hanno diritto a risorse ulteriori ad hoc quali facilitatori, ore di compresenza, ore aggiuntive.

Ma al di là di considerazioni più o meno analitiche sulle numerose indicazioni della circolare, che avremo ancora occasione di svolgere, mi pare che essa ci riporti a un tema non di breve momento, anzi presente da quando la scuola, di ogni ordine e grado, accoglie tutti i bambini e i ragazzi: l’incidenza delle differenze sociali nei percorsi di formazione. Ieri erano gli immigrati dalle campagne e dal nostro Sud a riempire scuole di periferia e quartieri popolari e, ancora oggi, sono i figli di classi sociali subalterne. Sulla scuola pubblica convergono aspettative assai diversificate, desideri di riuscita, richieste di formazione diversamente consapevoli. Le “uscite” di alunni da scuole di quartiere verso scuole considerate meno “gravate” da problematicità è una risposta individuale a un dato di fatto problematico: come rispondere ad aspettative di formazione senza penalizzare nessuno anzi elevando la qualità dell’offerta e degli esiti. Insieme al dato culturale occorre considerare la dimensione sociale della presenza di alunni stranieri. La migrazione comporta sfasature e problemi su diversi piani: storie personali frequentemente tribolate, ristrutturazioni familiari, spostamenti più frequenti... La scuola ne riceve i contraccolpi che fatica a gestire soprattutto quando si aumentano gli alunni per classe e le risorse economiche e professionali sono inadeguate, asistematiche e incerte. Vi sono scuole in cui si concentrano alunni stranieri e alunni italiani di per sé già problematici. Capita talvolta che nel bacino d’utenza di scuole simili siano poi insediate comunità alloggio che accolgono minori orfani o affidati che confluiscono nella stessa scuola. Vi sono istituti scolastici dove “l’indice di difficoltà” dovrebbe essere chiaramente rilevato in modo da intervenire con una politica scolastica non demandata
principalmente alla sensibilità degli attori locali, alla loro disponibilità. A quest’insieme di questioni le quote per gli alunni stranieri costituiscono una piccola e limitata risposta, da monitorare e verificare, nella consapevolezza che esse rischiano di divenire terreno di scontro, anche a livello locale, fra concezioni opposte relative alla scuola di una società multiculturale.

 

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