Valutazione di sistema, cattiva ideologia e qualche elemento di speranza

Il dibattito di questi giorni a margine della “svolta” a mio avviso felicemente intrapresa dal Ministro sulla direzione scientifica e spero anche organizzativa dell’INVALSI sollecita alcune considerazioni.

 

Perché pedagogisti mai alla direzione della Banca d’Italia?

 

E’ ben vero che nessuna scienza ha diritto di chiudersi al confronto con le altre e nessun apparato pubblico può rivendicare autoreferenzialità; esiste tuttavia una responsabilità principale del discorso scientifico come della funzione pubblica nei loro campi specifici. E sarebbe d’obbligo anche una qualche reciprocità: mentre gli ultimi presidenti INVALSI provenivano dalla Banca d’Italia o dalla Confindustria, non si son mai visti pedagogisti chiamati a presiedere o dirigere l’istituto di via Nazionale o l’organizzazione degli imprenditori. Giustamente, peraltro.

Nell’ultimo quindicennio abbiamo però assistito, non solo in Italia ma da noi più che altrove, a un assoluto predominio dell’economia, della scienza economica (e dei padroni cui essa si è in molti casi posta al servizio) su tutti i settori del sapere e sulla scuola in particolare. Nella scuola l’economicismo ha avuto la sostanziale acquiescenza dei vertici dei circoli associazionistici e di alcune sigle sindacali che da vent’anni egemonizzano il settore. Il potere della forza economica sovrasta del resto tutte le realtà di sub-potere e non ha rispetto –nemmeno teorico- di alcuno dei mondi vitali.

 

Il realismo positivistico nella valutazione

 

La pretesa valutativistica estesa a campi inoggettualizzabili esprime peraltro i sintomi di una vecchia abitudine di coloro che contano indipendentemente da quel che valgono: se le  (inconoscibili) cose stesse mi fanno resistenza, non regolo solo il mio stare in relazione anche dialettica con esse rispettandone l’alterità, ma appioppo, attribuisco loro le forme con cui le penso ed elaboro procedure che “dimostrino” quanto intendo sostenere. Se l’apparato al mio servizio è assistito dai media, l’esito di conformità è garantito. Una sorta di realismo positivo (meglio dire: positivistico) alla Ferraris (v. il sito Il rasoio di Occam , dicembre 2013) in versione docimologica.

Evidenti le conseguenze pedagogiche di questa cattiva retorica, specie per quanto riguarda la teoria e a volte anche la prassi della valutazione. La mia professoressa di disegno e storia dell’arte diceva, rivolta a noi alunni: non è che io vi consideri dei cretini, lo siete veramente. Non è che il tal gruppo di potere e/o di interesse veda o/e presenti male il lavoro dei docenti italiani, è che questi –si sostiene- lavorano proprio male.

 

La mala retorica della valutazione “buona”

 

Chi governa i processi di valutazione di qualsiasi settore (in particolare del pubblico impiego) governa di fatto il sistema valutato: determina il comportamento degli addetti indicando cosa sarà ben valutato e cosa no e in genere stabilisce tutti gli elementi da valorizzare e –di conseguenza- anche quelli da svalorizzare. Logico che i personaggi che hanno governato l’ideologia scolastica negli ultimi vent’anni si preoccupino di permanere in tale funzione anche nei nuovi assetti di potere che stanno per configurarsi. La lettera di autocandidatura dei primi firmatari del documento Una cordata per la scuola “ (piuttosto esplicitamente: “I firmatari del presente documento, tra i quali molti potrebbero ben figurare nella rosa dei candidati all’Invalsi….”) contiene alcuni spunti “politically ipercorrect” effettivamente utili per rassicurare la “clientela” tradizionale e ottenerne il consenso attraverso lo snodo retorico del si/ma: sì alla valutazione ma con metodi largamente condivisi; sì ai test ma con giudizio; sì alla generalizzazione del controllo ma discussione delle risultanze. Ovviamente una volta ottenuto il , i ma possono esser lasciati perdere. Resterà la valutazione come strumento di potere sull’autonomia delle scuole e dei singoli docenti, resteranno i test e la connessa svalorizzazione del pensiero divergente e originalmente produttivo; no ai controlli per campione (gli unici di fatto praticati nella ricerca scientifica) ma non utili per il controllo politico delle istituzioni e invece sì a un controllo generalizzato cui nessuno possa sfuggire.

Il controllo ideologico delle masse di lavoro intellettuale subordinato (insegnanti) è necessario per la globalizzazione asiacentrica dell’economia: vanno indebolite le tradizioni culturali e affermata una uniformità, informaticamente amministrabile e condizionabile, di processi valutativi che costituiscano il vero “programma ineludibile” delle strutture scolastiche. Vengono indebolite e denazionalizzate le teleologie su base filosofica e le prassi valutative intese come tradizioni di atti ermeneutici si perdono nell’embricazione asimmetrica con modelli resi forti (per il potere che li impone e per il consenso che gli ideologi sanno determinare) di teaching for testing.

Primi risultati delle procedure testistiche

Ho da decenni pensato di  dover assumere una posizione teoretica di contrasto alla machina infernalis dei test “oggettivi” (ovvero reificanti), oggi confermata anche dal vedere che stanno arrivando nelle professioni e nella scuola gli studenti a suo tempo selezionati per l’accesso alle facoltà con questa pratica: bravi quando si tratta di compilare stampati o di esercitare pensiero conforme e replicante ma di rado brillanti in tutte quelle attività in cui occorre capacità critica, attenzione a tutto campo, fantasia, inventiva. Operatori selezionati con metodologie oggettivistiche opereranno allo stesso modo perfezionando il ciclo. E dirigenti scolastici e ispettori “convergenti”, selezionati prevalentemente su test, restringeranno l’orizzonte di senso della scuola allineandolo e conformandolo all’attualità del sistema globalizzato. Posizione ora vincente nella cronaca ma perdente nella storia poichè l’Europa e l’Italia in particolare possono invece puntare solo sull’innovazione e la creatività per avere un buon futuro.

Convincere per dominare

La committenza della machina non è interessata alla verità ma alla produzione di materiale per argomentazioni persuasive; la valutazione di sistema funge di fatto come strumento di pura gestione del potere: se sei una scuola, ti valuto  per l'efficacia della rappresentazione che –a suon di test e di slides- sai rendere credibile nel pubblico; se sei un insegnante o un dirigente  ti valuto non per quel che sai e sai fare ma per il lustro che deriva dalla tua presenza e per l'obbedienza che mi presti. Se persegui valori diversi da quelli che mi sono utili non li prenderò in considerazione. Il tutto potrà essere fatto ancor meglio se il sistema valutativo non sarà trasparentemente imposto come mero obbligo di legge (una legge ingiusta o sbagliata potrebbe finire per essere sostanzialmente elusa)  ma sarà presentato come un qualcosa prodotto dagli stessi controllati: un sistema almeno in apparenza condiviso è molto più efficace di uno palesemente imposto. Al di là delle intenzioni anche oneste di molti dei firmatari del citato appello, questo è, o almeno mi pare che sia. Le masse faranno quel che si vuole “colà dove si puote” e saranno pure contente.

Motivi di speranza

Nutro qualche speranza e non solo nel lontano futuro. La speranza a breve termine ha due ragioni: la prima è la resistenza priva di atti clamorosi ma efficace che la scuola italiana ha opposto in questi vent’anni ai tentativi di reificazione. Illuminato dalla scienza e dalla poesia, rivelato nei suoi volti possibili dal cenno filosofico, portato a minor inevidenza e augurabilmente a futura affermazione dalla pedagogia, il pensare delle scuole è rimasto e si prepara a risplendere di nuovo nell’autonomia che più vale, anche se non conta: autonomia intellettuale, morale ed estetica. E’ in questa direzione che in vari modi si spende il quotidiano eroismo di molti di coloro che lavorano della scuola, docenti, dirigenti, bidelli, ispettori o provveditori che siano.

La seconda è che gli uomini e donne oggi chiamati dal Ministro -comunque persone di scienza e di scuola per quanto alcuni responsabili, come Vertecchi, dell’ideologia docimologica- a partire dallo scritto programmatico su cui verranno scelti (di per sé una smentita del programma pluriennale INVALSI) comincino a sottrarre l’istituto alla trista palude oggettivistica e reificante degli ultimi vent’anni e inventino percorsi di rispetto e riconoscimento di una professione di magistero come quella docente, “magis”, posta sopra.

A medio/lungo termine maturerà nella “carne da test” la consapevolezza -già avanzata in molte parti del mondo, a partire dai luoghi di origine delle pratiche di valutazione attraverso i test, vedi nota- che i test e gli apparati valutativi che vi si basano possono misurare solo la parte meno nobile del possesso di strumenti di intelligenza del mondo (quella convergente) ed educano solo a un “pensiero obbediente”: pensare bene è pensare come vuole il potere. Ma, come noto, l’obbedienza non è sempre una virtù; se il mondo procede è perché qualcuno fuoriesce dal pensiero amministrante e obbediente e inizia a pensare diversamente.

 

Nota Molto interessante l’articolo leggibile in Le monde diplomatique sulle valutazioni di sistema di Diane Ratwich, già “ministro” dell’istruzione USA ai tempi di Bush II. Interessante perché alcuni di coloro che vollero la valutazione di sistema attuata attraverso i test ora si stanno amaramente pentendo: “Diversi miliardi di dollari sono stati spesi per mettere a punto «e poi fare passare» le batterie di test necessarie a questi differenti sistemi di valutazione. In numerose scuole, gli insegnamenti ordinari si interrompono diversi mesi prima degli esami per lasciare spazio alla preparazione intensiva di questi. Numerosi specialisti hanno stabilito che gli allievi non imparano niente dato che gli si insegnano i test e non le materie scolastiche. Malgrado il tempo e il denaro investiti, i risultati non sono migliorati. Talvolta, essi si sono semplicemente bloccati. In matematica, i livelli erano addirittura migliori prima della applicazione della legge Nclb”.

 

Riferimenti -  Segnalo il n. 360/2013 di Aut aut contenente un focus curato da A. Dal Lago: “All’indice. Critica della cultura della valutazione" e vari numeri di Analecta husserliana (ed. Springer), la rivista fondata da padre Van Breda e ora retta da A. T. Tiemnietka; è l’ organo de The World Institute for Advanced Phenomenological Research and Learning, MontrealSulle basi scientifiche della posizione qui espressa si veda anche il focus da me curato uscito nel n. 30, annata 2011 di Encyclopaideia (Bononia University Press, Bologna) “Per una possibile valutazione “di sistema” scientificamente attendibile e condivisibile dalle scuole”.

 

Errata corrige

In riferimento all’articolo “Gender in classe. Parte la rieducazione dei genitori. Proteste dei genitori” a firma di Emanuela Mecucci del 31/12/2013 si precisa quanto segue:

  • Il Forum delle Associazioni Genitori  (FONAGS) presso il Miur  composto dalle seguenti  associazioni: AGE; AGESC; CGD; FAES e MOIGE non ha mai elaborato un documento o una dichiarazione  condivisa ed unitaria relativamente all’educazione all’affettività, al rispetto delle diversità, alle pari opportunità. (art.16 comma d), del decreto “l’istruzione riparte”.

Pertanto l’affermazione per cui si attribuisce allo stesso comma ..”l’obiettivo occulto di introdurre nella scuola una precoce educazione sessuale fondata sulla teoria del gender e una deriva verso il pensiero unico” è attribuibile solo alle associazioni intervistate dalla giornalista e non al Fonags stesso.

  • Il Coordinamento Genitori Democratici (CGD) saluta con favore l’introduzione nella scuola italiana dell’educazione all’affettività e trova nel già citato articolo 16, che apre alle università ed alle associazioni tutte la formazione degli attori della scuola, la premessa di un democratico pluralismo.

 

 

 

Angela Nava Mambretti

Presidente Nazionale CGD Onlus

 

Roma, 2 gennaio 2013

Concorso Dirigenti scolastici Lombardia: un altro passo avanti!


Con la Nota MIUR 13800 di ieri 27 dicembre 2013 si compie un importante e decisivo passo avnti nella definizione dell'intricata vicenda del Concorso per i Dirigenti scolastici della Lombardia, che in teoria (salvo altri contenziosi) potrebbe così concludersi con le nomine entro fine anno scolastico.

La Nota raccoglie il parere dell'Avvocatura dello Stato dello stesso giorno, che conferma "la piena validità delle prove orali sostenute con esito positivo".

Pertanto per i già "idonei" (ante TAR e CdS) che hanno superato anche la ricorrezione delle prove scritte imposta dalla Sentenza del Consiglio di Stato del 11 luglio 2013, si chiude questa nuova e imprevista fase del concorso, vedendosi riconosciuto il diritto (sempre sostenuto da Di.S.A.L.) a non dover rifare il colloquio.

Si tratta quindi di un atto di giusto riconoscimento di validità di un passaggio concorsuale non toccato dalla citata sentenza. Questo permette, a chi si vede sollevato da un rinnovato e oneroso impegno di preparazione, di guardare al futuro con maggiore tranquillità.

Con tutta la prudenza che è necessario adottare in questa vicenda (come ha fin qui amaramente insegnato) ancora nel pieno del suo sviluppo, per alcuni versi anche non del tutto prevedibile, è possibile intravvedere una prospettiva positiva anche per tutta la scuola lombarda, con il possibile (anche se parziale) superamento di un'emergenza che ne mina il livello di efficienza e che alla lunga rischia di divenire rassegnata abitudine.

 

Tra cefalea e decapitazione

Da diversi commentatori, di diverse vicende nazionali, si sottolinea la "vocazione all'emergenza" che sembra segno distintivo della nostra politica-politicata. Un carattere che viene da lontano e che rimescola cause diverse con medesimo effetto: una politica pubblica inerte e in ritardo, incapace di cogliere l'innovazione e di governarla; ma anche eterne e irrisolte transizioni che muovono da riforme apprezzabili (a volte guizzi innovativi dei legislatori, pochi) affidate però per la realizzazione a esecutivi amministrativi (tanti e nascosti) che, non condividendole, procurano di rallentarne, complicarne, annullarne gli effetti innovativi.

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Questione docente e Leadership educativa di scuola

I termini della riflessione 

Recentemente (dal 5 al 7 dicembre scorso) si è svolto a Roma un Convegno Internazionale su “La Leadership educativa nei Paesi dell’Europa Latina: autonomie, identità, responsabilità” (capofila dei soggetti organizzatori l’Università Roma Tre e European Policy Network on School Leadership EPNoSL) che ha visto la partecipazione di 16 paesi dell’Unione Europea.

In quella circostanza l’Associazione professionale Proteo Fare Sapere, coinvolta anche nell’organizzazione, ha presentato un proprio contributo che prende le mosse da un’indagine condotta su e con un gruppo di Dirigenti Scolastici (DS) e docenti di varie regioni (28 in totale, 12 dirigenti e 16 docenti impegnati a vario titolo o iscritti all’Associazione Proteo) e che nasce in prima battuta come  risultato della rielaborazione di una pluralità di apporti raccolti attraverso questionari e interviste in profondità

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