Appelli ed esami

Anche a me è capitato di leggere il recente appello per la scuola pubblica, redatto da un gruppo di docenti e sottoscritto da tante autorevoli personalità oltre che da migliaia di addetti ai lavori. Ne ho apprezzato l’obiettivo di fondo esplicito che è quello di “rimettere al centro del dibattito la questione della scuola”.

E quindi evitare, dico io, di chiamarla in causa in modo meramente strumentale e solo in situazioni di emergenza.

Il documento, volendo avviare il dibattito, entra a gamba tesa, com’è ovvio, su argomenti educativi e didattici con l’intento di mettere in evidenza, per sbugiardarla, la concezione politica che è dietro la “buona scuola”: quella di farle “assumere, come propri, modelli produttivistici”.

A una prima e superficiale lettura, il documento mette sufficientemente in crisi tanti di noi che si sono battuti nel corso degli anni per un rinnovamento della scuola; sembra, infatti, tornare indietro nel tempo ad antiche posizioni conservatrici: le conoscenze contro le competenze, la lezione contro i laboratori, la pura e disinteressata istruzione contro attività manuali, pratiche, lavorative. Avremmo sbagliato tutto, noi sessantottini dentro, dalle 150 ore o, almeno, dai programmi del ’79 in poi…

Naturalmente non è così perché le posizioni nel documento sono molto più articolate. La centralità della conoscenza e del sapere, costruiti a partire dalle discipline, ingloba e inquadra compiti e prestazioni degli allievi. Il rapporto docente-allievo viene prima dello strumento didattico, sia esso lezione o laboratorio. Oltre ad approfondire il solco tra sapere teorico e pratico, alternanza scuola-lavoro è sinonimo di disuguaglianza; in realtà è necessario portare la conoscenza del lavoro nelle classi, non gli studenti a lavorare.

Anche così rivisitati, i punti centrali del documento sembrano sacrificare posizioni strategiche, e faticosamente conquistate, alla lotta politica che si vuol portare alla “buona scuola”. È vero che l’autore dell’ultima riforma piega principi importanti e validi istituti didattici alla sua visione della scuola, ma bisogna evitare, come si diceva ai tempi eroici, di buttare il bambino con l’acqua sporca.

Esemplare è, a mio avviso, la questione dell’Invalsi. Non c’è dubbio che la valutazione dell’alunno non possa essere affidata ad altri che non sia il proprio insegnante, e quindi che quello che è scritto sul libretto personale dello studente debba essere il giudizio motivato, in tutti i sensi, dei suoi insegnanti. E però una valutazione terza, esterna, che misuri il livello di conoscenze e competenze delle varie discipline negli alunni di una scuola e di un territorio, se servisse per dare all’Amministrazione la possibilità di intervenire con organico e, quindi, attività potenziate, sarebbe una grande opportunità, soprattutto dalle parti nostre dove la dispersione scolastica è di casa.

Negli stessi giorni mi è capitato di leggere dei maestri diplomati che non passeranno più di ruolo e del prossimo concorso a preside, di nuovo nazionale. Quello che mi colpisce di più è la casualità con cui le persone si trovano di ruolo, precari con tanti anni di servizio e altri che si ritrovano in una graduatoria, avendolo perfino dimenticato; aspiranti presidi che entrano nei ruoli per concorso e altrettanti per ricorso. Sistemi iniqui di reclutamento e l’arma del ricorso che stravolge spesso ogni criterio.

E in ogni caso colpisce l’indifferenza dell’Amministrazione per quanti entrano nei ruoli della scuola, per il loro contratto di lavoro, la loro formazione, perfino per le loro conoscenze, competenze, titoli. Ha fatto transitare nei ruoli centomila persone senza chiedere nulla, senza un progetto per loro. Poteva servirsi di loro per fare una vera riforma.

Penso che l’auspicato dibattito sulla scuola diventi del tutto accademico, se non è in grado di mettere assieme i grandi temi dell’educazione e della didattica con quelli del reclutamento, della formazione, della professionalità e della dignità sociale ed economica degli insegnanti.