Dirigenti scolastici

 Dopo l’avvio del progetto “VSQ- Valutazione per lo Sviluppo della Qualità delle scuole” nello scorso anno scolastico, parte quest’anno il nuovo percorso sperimentale “VALeS”- Valutazione e Sviluppo Scuola, finalizzato alla valutazione esterna delle scuole e - per la prima volta - dei dirigenti scolastici. Le analisi valutative saranno condotte dai nuclei di valutazione esterni, attraverso strumenti e protocolli di visita specifici.

Il progetto, rivolto alle scuole del primo e secondo ciclo, fino ad un limite massimo di 300 istituti su tutto il territorio nazionale, ha durata triennale e si colloca nella prospettiva di individuare un modello che prefiguri una valutazione organica di sistema, sulla base delle caratteristiche del Sistema Nazionale di Valutazione. 

 



ASSOCIAZIONE NAZIONALE DIRIGENTI SCOLASTICI

SEZIONE  REGIONALE DEL PIEMONTE

 

 

DIMENSIONAMENTO TRA IMPOSIZIONE E IMPROVVISAZIONE STORIA DI UN’ALTRA AVVENTUROSA RIFORMA

E’ davvero sconcertante come in epoca di accentuata enfasi sulla valutazione, decisioni strategiche sugli assetti fondamentali del nostro sistema scolastico vengano assunte in assenza non solo di qualsiasi serio processo valutativo, ma perfino di una dignitosa riflessione sull’esistente.

Così è accaduto per la nostra scuola primaria dove il più che ventennale assetto fondato sul modulo e il tempo pieno è stato inopinatamente smantellato, senza neppure un tentativo di analisi preventiva dei pregi e dei difetti dei due modelli organizzativi, né dei loro costi e delle potenziali economie e, soprattutto, senza una credibile proposta sostitutiva.  Ne sono derivati una pluralità di modelli, frastagliati e informi, che hanno a che fare più con l’arte di “arrangiarsi” che con l’autonomia e che, oltre a creare forte e crescente disagio tra i docenti e i genitori, lasciano presagire preoccupanti scadimenti qualitativi in un segmento pregiato del nostro sistema scolastico.

Più o meno lo stesso percorso, in un contesto ancora più caotico e convulso, sta oggi subendo la vicenda del dimensionamento e della generalizzazione degli istituti comprensivi. Lasciati per anni al loro destino, privi di quella attenzione e di quel supporto costante che una realtà sperimentale così importante e delicata avrebbe meritato, emergono, nel pieno dell’estate, come uno dei contributi più significativi che il sistema scuola può ancora fornire alla “stabilizzazione finanziaria” del Paese, ravvisandosi contestualmente l’urgenza, perché di disposizioni urgenti si tratta, di “…garantire un processo di continuità didattica nell’ambito dello stesso ciclo di istruzione” ( Legge 111/luglio 2011, art. 19 comma 4).

In un bel documento approvato dall’assemblea dell’ANDIS Piemonte lo scorso 20 dicembre, a conclusione di un seminario di studi sul tema, sono enunciate chiaramente le condizioni organizzative e funzionali, nonché gli interventi normativi e contrattuali necessari affinché l’organizzazione di tutte le scuole del I ciclo in istituti comprensivi possa costituire una risorsa e uno strumento per “…ripensare ad un modello di scuola all’interno del quale attuare in modo concreto ed efficace la continuità verticale, orizzontale, trasversale, la flessibilità didattica e organizzativa, la modularità, l’integrazione, i prestiti professionali e la didattica per competenze…”.

L’idea è quella della “scuola laboratorio” in grado di “fondere” gradi di scolarità, formazione, carichi di lavoro, organizzazioni e stili di insegnamento molto differenziati tra loro per storia e cultura.

Le condizioni per il successo passano inevitabilmente attraverso un percorso comune e qualificato di formazione, uno stile nuovo di dirigenza e di direzione del personale ATA, il potenziamento ed un’opportuna distribuzione di figure professionali di supporto, una previsione di figura di docente unica con medesimi orari e impegni ed altre presenti nel documento citato al quale si rinvia (www.andispiemonte.it).

Non è quindi tanto l’aspetto meramente quantitativo a preoccupare, anche se la maggior parte dei colleghi colloca una dimensione sostenibile tra gli 800 e i 1200 alunni, ma l’assenza allo stato attuale di gran parte delle condizioni sopra ricordate, atte a qualificarne la realizzazione .

Ancora di più preoccupa, nell’immediato, un processo forzato di generalizzazione che dovrà misurarsi con  situazioni reali nelle quali non sempre esistono le condizioni di base per procedere alla formazione di un istituto comprensivo dotato di senso. Una di queste è la continuità dei flussi nell’ambito dello stesso istituto e la conseguente composizione di un collegio docenti sufficientemente equilibrato nelle sue componenti, nel quale la continuità didattica possa essere costantemente praticata e non solo teorizzata. Chi in questi mesi si sta esercitando nei territori su questo processo, verifica concretamente che in non pochi casi è giocoforza procedere alla formazione di autonomie in cui è schiacciante la prevalenza dei docenti di un ordine di scuola ( solitamente la primaria) rispetto a quelli dell’altro ordine. In tali circostanze non solo viene meno la continuità didattica, ma si rischia di mettere in seria difficoltà la componente minoritaria ottenendo esiti opposti a quelli desiderati. Chi opera quotidianamente sul campo sa che le diverse caratteristiche professionali degli insegnanti di scuola primaria e di scuola media possono felicemente integrarsi creando un importante valore aggiunto, ma anche  scontrarsi e irrigidirsi su posizioni inconciliabili, con ricadute sconfortanti sull’interso percorso formativo.

Centrali e determinanti divengono pertanto le condizioni di fattibilità di un processo comunque complesso e dagli esiti non scontati: in assenza di alcune di esse gli svantaggi rischiano di superare abbondantemente i benefici e di creare nuove e immotivate criticità in realtà scolastiche che hanno, magari faticosamente, raggiunto nel tempo equilibri più o meno virtuosi, se non anche livelli organizzativi ed esiti di eccellenza.

Credo che a questo punto sia irrinunciabile e urgente riaprire una riflessione sul senso e sul significato dell’autonomia e del decentramento e sullo svuotamento sostanziale di processi e funzioni al centro, negli ultimi tre lustri, della nostra produzione normativa e della riflessione politica, istituzionale e organizzativa. Ci troviamo, nei fatti, di fronte ad un potere centrale che per oltre un decennio non ha semplicemente svolto, su questo specifico tema (come su altri), la propria funzione di controllo ignorando la mancata applicazione della Legge 138/98 e che improvvisamente non solo impone il quasi raddoppio nel numero di alunni per autonomia scolastica, ma anche, sempre e comunque, in qualsiasi contesto territoriale e in ogni condizione, le relative modalità di funzionamento e le caratteristiche organizzative. Nel contempo gli attori presenti sul territorio, cioè i soggetti titolati ad interpretarne problemi, risorse ed esigenze, non possono che constatare il forte rischio implicito in alcune operazioni di dimensionamento e limitarsi, malinconicamente, a tentare di limitare i danni.

Non era difficile immaginare un possibile percorso alternativo: se l’obiettivo fosse effettivamente stato il risparmio (come verosimilmente è, anche considerato il contesto in cui la norma è stata prodotta)  sarebbe  stato corretto, innanzitutto, chiedersi perché ancora la scuola (si tratta in questo caso di qualche decina di milioni di euro a fronte degli oltre otto miliardi già “tagliati”, selvaggiamente,  nell’ultimo triennio) e comunque sarebbe stato perseguibile con un’infinità di misure meno dirompenti di quella adottata, non ultima l’effettiva applicazione della citata Legge 138 su tutto il territorio nazionale, pena la perdita immediata dell’autonomia, con un possibile adeguamento dei relativi limiti numerici.

Se invece l’obiettivo è il perseguimento della continuità    didattica e magari il superamento della crisi ormai endemica della nostra scuola media, recentemente certificata anche dalla Fondazione Agnelli, non è questo, verosimilmente, il percorso da seguire. Servivano, quanto meno, una riflessione approfondita sulle esperienze in atto, la predisposizione (come già evidenziato) di alcune irrinunciabili condizioni organizzative e normative, il coinvolgimento immediato e diretto delle autonomie scolastiche e degli enti locali sulla base di precisi obiettivi e linee di indirizzo, ma senza insormontabili vincoli di natura organizzativa.

Pur in assenza di un disegno organico di questo tipo, sarebbe opportuno dirigersi da subito in questa direzione. Un investimento di fiducia nei confronti delle istituzioni che direttamente operano sulle realtà territoriali, in un’azione ben coordinata di indirizzo e controllo da parte del potere centrale, potrebbe evitare ulteriori, immotivate sofferenze ad una scuola messa in sempre maggiore difficoltà, più da scelte avventurose e improvvisate che da pur reali ristrettezze finanziarie.

 

La valorizzazione delle autonomie nel processo di dimensionamento e riorganizzazione delle istituzioni scolastiche, potrebbe peraltro favorire un intervento di riequilibrio e di riqualificazione delle loro rispettive dotazioni organiche. Già prima dei Regolamenti Gelmini esistevano nella scuola primaria, ma anche, in minor misura, nella scuola media, organizzazioni didattiche molto diversificate che richiedevano dotazioni organiche altrettanto differenziate, consolidatesi nel tempo più sulla base di elementi casuali che di vere e proprie progettazioni didattiche e/o caratteristiche/necessità sociali. Tale differenziazione si è ulteriormente e gravemente accentuata con i citati Regolamenti e, soprattutto, con i “tagli” indotti dalla Legge 133, che hanno condotto a quella proliferazione di modelli, frastagliata e informe, cui si faceva riferimento in apertura: da 24 a 40 ore di attività didattica settimanali, dal docente unico alla più esasperata (e non voluta) pluralità, da una ancora discreta disponibilità di compresenze al loro totale azzeramento. E’ perfino ovvio, a maggior ragione in un sistema fondato sulle autonomie e sul decentramento, che nessuno auspica un modello unico a fronte di opzioni didattiche, esigenze sociali e locali, tradizioni pedagogiche anche molto diverse.

 La situazione descritta impone, d’altro canto, la non rinviabile esigenza di un modello di riferimento riconoscibile e condiviso, espressione del sistema scolastico nazionale, sul quale articolare le possibili specificazioni locali (detto per inciso, la riflessione sull’esperienza condotta in questi ultimi decenni ci indica che debbano far parte di tale modello, per restare nella scuola primaria,  quanto meno un tempo scuola disteso non inferiore alle 30 ore settimanali con possibilità di ampliamento anche con il concorso dell’ente locale; la duplicità della docenza su classe e la conseguente suddivisione degli ambiti fondamentali di insegnamento, senza scadere nella pletoricità delle docenze; una quota di contemporaneità, che potrebbe aggirarsi intorno al 10% del tempo scuola complessivo, in grado di consentire alle autonomie scolastiche la valorizzazione del proprio progetto educativo e la possibilità di intervenire nelle situazioni, spesso non prevedibili, di maggiore criticità).

L’imminente processo di dimensionamento può rappresentare, nelle diverse condizioni descritte, un’utile occasione per l’attribuzione alle istituzioni scolastiche di dotazioni organiche stabili nel tempo e da gestire in autonomia, finalmente ancorate a criteri di oggettività e funzionalità.

 

 

TORINO 6 febbraio 2012

 

                                                            

                                                                                     Nicola Puttilli

 

                                                                                

 

 

 

            Dirigenti Scuole Autonome e Libere

 Associazione professionale dirigenti scuole statali e paritarie  - Ente qualificato dal MIUR alla formazione

   

 

 

 

Al Ministro all’Istruzione Università e Ricerca

Al Ministro per la Funzione Pubblica

Alla Conferenza Stato-Regioni

All’Assessore all’Istruzione e Formazione della Regione……..

Agli Assessori all’Istruzione delle Province di …………

 

Lettera aperta sulle dimensioni delle scuole

Le dimensioni delle scuole sono a servizio dell’azione educativa e delle comunità locali

 

 

Egr. Sig.ri,

 

1. sulla base dell’art. 19 del D.L. 98/2011 le Regioni hanno concluso in questi giorni i Piani di dimensionamento delle Istituzioni Scolastiche Autonome (ISA) del I Ciclo, coinvolgendo talvolta con esse, in alcune realtà, anche quelle del II Ciclo. Il MIUR con Nota 10309 del 13 dicembre 2011 aveva accolto la richiesta della Conferenza Stato-Regioni del 27.10.11, attuando una proroga, chiedendo gradualità e indicando un chiaro criterio operativo.

Mentre molte Regioni da anni non avevano provveduto neppure ad attuare i vecchi coefficenti minimi per l’autonomia delle ISA, altre, con notevole zelo hanno invece predisposto piani che prefigurano Istituzioni che, come nel caso della Lombardia e della Toscana, vanno a costituire ISA di 1.500-1.900 alunni, preparando così comunità scolastiche destinate a vivere gravi problemi interni.

Laddove si decida effettivamente di dare meccanica applicazione ai parametri del DL 98/2011 il prossimo anno scolastico 3.138 scuole, il 30,5% del totale, saranno senza dirigente e senza DSGA. Ma le scuole coinvolte nel disservizio saranno almeno il doppio, perché la reggenza – come si è visto dalla pessima esperienza di quest’anno -  crea scompensi in due scuole. Questi  numeri sono veramente impressionanti (Relazione Tecnica alla Legge di Stabilità, Atti Parlamentari - Senato della Repubblica - n. 2968, pag. 149), con conseguenze finanziare assolutamente sproporzionate agli effetti educativi ed organizzativi. Si pensi che l’obietivo tecnico è fissato in 3 anni col risparmio solo di 162 milioni di euro !

 

2. Ora Regioni e Amministrazione debbono passare dai Piani alla loro attuazione. A nostro parere ogni procedura di dimensionamento delle ISA deve avere come obiettivi ben chiari quelli di:

a-  costituire istituzioni che abbiano dimensioni governabili, dove sia possibile praticare attenzione alle problematiche della dispersione, della qualità dell’istruzione e formazione, delle situazioni di disagio e svantaggio. Invece più aumenta la dimensione delle ISA, meno queste diventano governabili, come dimostrano abbondantemente anche altre esperienze europee;

b- valorizzare al massimo il radicamento delle ISA nel loro territorio, in particolare evitando di   generalizzare la forma dell’Istituto Comprensivo e lasciando simili valutazioni alla responsabilità diretta degli Enti Locali;

c- evitare l’ulteriore riduzione della dirigenza scolastica a pura funzione tecnica, sottraendole, a causa delle dimensioni accresciute, possibilità di perseguire, con la comunità scolastica, la primaria funzione educativa di questa.

Inoltre gli interventi dettati da giuste esigenze di risparmio e razionalizzazione economica complessiva, dovranno con altrettanta chiarezza abbandonare ogni idea della scuola come semplice spesa per assumere seriamente l’obiettivo dell’istruzione come investimento per il futuro del paese.

 

3. Per queste ragioni chiediamo:

a- che il dimensionamento sia un effettivo riequilibrio di situazioni di scuole troppo piccole o troppo grandi;

b- che Regioni e Amministrazione rivedano urgentemente i piani regionali predisposti prima della Nota MIUR o difformemente da quelle indicazioni;

c- che tutti i piani regionali assumano il parametro di 1.000 alunni quale media per salvaguardare l’autonomia per le direzioni didattiche, scuole secondarie di I grado e istituti comprensivi. Dal calcolo di questa media vanno ovviamente tolte le ISA per le quali è prevista la deroga (piccole isole e comuni montani). Infatti ribadisce la Nota: “le finalità di cui all’art. 19, comma 4 ... si raggiungono anche considerando il valore limite di 1.000 alunni (e quello limite 600 per i casi specificamente previsti) anche se tale valore viene assunto come media regionale di riferimento”;

d- che si imponga comunque un numero massimo per tutte le ISA di ogni ordine e grado non superiore ai 1.200 alunni (corrispondente al doppio del valore minimo previsto per l’esistenza di un’ISA con dirigente scolastico e direttore amministrativo);

e- che sia garantita la direzione educativa ed organizzativa di tutte le ISA di tutti gli ordini di scuola con la presenza del dirigente scolastico e del direttore amministrativo;

f- che si sospenda la costituzione generalizzata di Istituti Comprensivi e si proceda con gradualità  ed attenzione alle situazioni concrete, come richiesto dalla Conferenza Stato-Regioni e dalla Nota MIUR;

g- che di conseguenza il modello dell’Istituto Comprensivo sia assunto non come camicia di forza in tutte le situazioni ma come utile strumento di gestione in relazione alle esigenze locali, specie nei comuni con ISA uniche per ogni livello, soprattutto rispettando quelle istituzioni che funzionano egregiamente rispetto alle esigenze del territorio.

Queste richieste facciamo nella speranza che tutte le Istituzioni in questo modo abbiano a cuore il miglioramento ed il futuro delle comunità scolastiche come bene del paese.

 

La direzione nazionale

30 gennaio 2012

 

COMUNICATO STAMPA SUI PROVVEDIMENTI DEL GOVERNO PER L’ISTRUZIONE
 
 
Rispetto al decreto appena varato dal Consiglio dei Ministri, l'ANDIS (Associazione Nazionale Dirigenti Scolastici) apprezza in primo luogo il potenziamento dell'autonomia scolastica attraverso l’ampliamento dell’organico funzionale, che da anni l’Associazione ritiene indispensabile per migliorare la qualità dell’offerta formativa delle scuole.
 
L’ANDIS apprezza, altresì, l’elaborazione del Piano nazionale dell'edilizia scolastica con il conseguente stanziamento di risorse per migliorare la sicurezza e l'efficienza energetica delle scuole esistenti, la costruzione di nuovi edifici, l'eliminazione delle locazioni. 
 

Gregorio Iannaccone
Presidente Nazionale
 

La lettura comparata delle due tipologie di tracce proposte nelle prove scritte al concorso per futuri DS (14 e 15 dicembre u.s.) permette di raccogliere elementi di analisi per capire meglio l’idea di DS prevalente nelle varie commissioni e le differenze di “visione” tra le stesse. Oggetto primo della mini ricerca sono gli argomenti e le problematiche scelti rispettivamente per la prima e seconda prova: e tra questi, quali le tematiche più “gettonate” e le richieste più significative, da parte delle varie commissioni, per affrontarle. Quanto agli argomenti scelti per la prima prova (l’elaborato), va detto che sono risultati abbastanza vari. Un buon numero ha messo al centro la figura del DS (poteri, formazione, responsabilità); ovviamente le difficoltà del fare scuola sono ben presenti (alunni stranieri; le varie forme di svantaggio; i conflitti a scuola); come pure i temi delle competenze, della valutazione, dell’autonomia e del POF.

 Cinzia Mion in un intervento come sempre molto stimolante ritorna su un argomento (il dimensionamento scolastico) che dovrebbe essere molto “caldo” e che invece pare piuttosto relegato ai comunicati sindacali di protesta e a qualche sito di settore (Noto e ignoto,www.edscuola.it e Dimensionamento e istituti comprensivi, www.scuolaoggi.org del 4 dicembre 2011). Lo fa anche stimolata da un precedente intervento di Pasquale D’Avolio (Dimensionamento e “prodotto” della scuola su www.pavonerisorse.it e www.scuolaoggi.orgdel 23 novembre 2011). Gli argomenti di Cinzia Mion e Pasquale D’Avolio sono tutti condivisibili e interessanti, anche perché cercano di riportare nel dibattito il ruolo del dirigente scolastico in relazione alle sue responsabilità nei confronti della didattica, che potremmo evidenziare attraverso due passaggi normativi molto noti:

 Uno degli aspetti più “strani” degli attuali parametri per il dimensionamento  della rete scolastica è la pluralità degli stessi. La novità di quest’anno è che la legge 111 del luglio scorso, oltre a unificare le Scuole elementari e  Medie nei nuovi “Istituti comprensivi” (già esistenti nel 50% dei casi), fissa nuovi parametri numerici “nazionali” rispetto a quelli precedenti. Il fatto strano è che si avranno 3 distinti parametri: uno per i precedenti Comprensivi (da 500 a 900 alunni, salvo la deroga per la montagna), uno per le Scuole superiori (minimo 500, massimo 900, ma solo sulla carta, in quanto si può arrivare e si arriva anche a 2000) e uno per i nuovi Comprensivi (minimo 1000 senza un massimo). Quale sia la logica di tale differenziazione non si capisce. Come se non bastasse con la legge di stabilità 2012, approvata dal Parlamento pochi giorni fa, i parametri per l’assegnazione di Dirigenti e DSGA alle Scuole autonome salgono da 500 a 600 (da 300 a 400 per le scuole di montagna e piccole isole). Una babele di numeri e parametri! Così potremo continuare ad avere scuole sottodimensionate, a cui non verranno più assegnati Dirigenti e DSGA; con il che si rompe il nesso autonomia-dirigenza che era alla base della L. 59/97 e del Regolamento per l’autonomia (DPR 275/99). La “reggenza” non è più quindi un fatto straordinario, in carenza di Dirigenti “di ruolo”, ma una categoria particolare per istituti sottodimensionati, che conservano la loro “autonomia” ma saranno diretti da qualcuno “prestato” alla Scuola. Sfido a trovare la logicità di tale disposizione!

 L’evoluzione dei modelli di governo dei sistemi, elaborati dalle scienze dell’organizzazione, risponde alla variabilità, alla dilatazione e alla complessità del campo del problema. Al modello gerarchico lineare, in cui il potere decisionale apparteneva a una sola persona, ne sono stati sostituiti altri che distribuiscono le responsabilità tra diversi soggetti e, incrociandole, introducono meccanismi d’autoregolazione.

Le norme che disciplinano la vita delle scuole sono andate di pari passo con la dottrina, maturazione richiamata dal decreto Brunetta del 20091 che, in riferimento alla dirigenza pubblica, afferma la necessità di “rafforzare il principio di distinzione tra le funzioni di indirizzo e controllo spettanti agli organi di governo e le funzioni di gestione amministrativa spettanti alla dirigenza”.

Le scuole non hanno mai colto gli indirizzi della legge e vivono nel passato, eludendo la volontà del legislatore, difendendo riferimenti scientifici obsoleti.

 

Il “dimensionamento” è, all’origine, un processo reso necessario dalla stessa istituzione dell’autonomia scolastica. La novità radicale costituita dall’autonomia comportava infatti la individuazione delle dimensioni ottimali che questo nuovo “ente pubblico” (tale è la scuola autonoma) avrebbe dovuto assumere per svolgere il ruolo previsto e per farlo con “efficacia, efficienza, economicità”.
Non si dimentichi che proprio la proliferazione degli enti pubblici (quello che Sabino Cassese chiamò “l’entismo”) ha costituito storicamente uno dei fattori di inefficienza e di spreco che per anni hanno aumentato i costi della macchina pubblica italiana, ne hanno opacizzato il funzionamento, lo hanno allontanato da sensate procedure di controllo e di rendiconazione.
La scelta che fu fatta allora di caratterizzare le istituzioni scolastiche autonome come “enti pubblici”, creandone diecimila nuovi in controtendenza con lo sfoltimento che era ed è in opera dai tempi di Massimo Severo Giannini, come strumento di bonifica della Pubblica Amministrazione, (una scelta discutibile, non obbligata, e che avrebbe avuto altre opzioni possibili..) doveva essere accompagnata da preoccupazioni e iniziative che almeno ne individuassero dimensioni tali da consentirne una gestione efficace ed efficiente, oltre che aderente alle funzioni istituzionali.

 “Sì, la vita è tutta un quiz”, dice una nota canzone di Arbore, o forse è meglio dire che… la vita è tutta un caso! In effetti, è sempre da un interrogativo, semplice o complesso che sia, che nasce un caso! O meglio un insieme infinito di casi, se definiamo caso una situazione problematica di fronte alla quale ci veniamo a trovare. Ovviamente, la routine quotidiana, dove tutto è dato, non costituisce un caso! Ci leviamo dal letto, facciamo la doccia, ci vestiamo, facciamo la prima colazione, andiamo al lavoro… e poi rientriamo in casa!