Si dice che per uscire dalla crisi il nostro Paese debba far leva sulla conoscenza, l’istruzione, l’apprendimento permanente. Nel Mezzogiorno, poi, immobilizzato in un’emergenza perenne, le persone istruite e formate sono, secondo molti esperti, l’unica risorsa possibile per lo sviluppo economico e civile. Certo, se la scuola pubblica funzionasse, se fossero accettabili i tassi di scolarizzazione, se non esistesse la dispersione scolastica, se fosse adeguato il numero di diplomati e laureati, se la formazione professionale fosse efficiente e integrata nel sistema formativo, se l’alta formazione tecnica e professionale facesse concorrenza all’università. Certo, se le persone, istruite e educate in età scolare, stessero sistematicamente all’interno di un percorso formativo. Durante il tempo del lavoro, quando c’è bisogno di aggiornamento professionale, di riconversione e flessibilità, di educazione alla sicurezza. Durante il tempo libero e la vita comune, il tempo per sé e per la famiglia e quello per la società, quando bisogna aggiornare le conoscenze, istruirsi su stili di vita sani e praticarli, crescere nell’educazione civica, al volontariato e alla solidarietà, nell’educazione ambientale, alla legalità e alla pace.
Le ultime notizie dal fronte scuola – le conferme dei tagli agli organici per il prossimo anno scolastico, che mettono a rischio l’attuazione estesa del tempo pieno nella scuola primaria, la situazione di grande criticità economico-finanziaria delle scuole che non hanno fondi necessari al funzionamento quotidiano delle strutture stesse, le proposte di tagli ai progetti che favoriscono l’integrazione dei bambini stranieri ( come la proposta della Lega di eliminare la quota del 12% del diritto allo studio per progetti di apprendimento della lingua straniera in zona 7 a Milano, dove ci sono scuole elementari con il 90% e 60% di bambini stranieri) - ci anticipano lo scenario di un altro anno difficile.
scuola, anche Gelmini annuncia graduatorie regionali. Eppure sono le scuole del Nord, piene di insegnanti che vengono dal Sud, le migliori nei test internazionali. E i numeri sui trasferimenti smentiscono gli allarmi. Lauree e abilitazioni non bastano, secondo la Lega, per fare l’insegnante. Ci vogliono altri due requisiti. Il primo è una residenza di almeno cinque anni nella regione in cui si chiede di insegnare. Il secondo è aver superato un esame di cultura, tradizioni, dialetto locale che dovrebbero essere le singole regioni a definire e gestire. Tutto ciò in un disegno di legge depositato lo scorso 30 marzo a firma dell’on. Paola Goisis, segretaria della commissione istruzione e cultura della camera, già insegnante di lettere e storia in quel di Padova. Ancorché livornese di nascita. Se tale peccato originale – Livorno non è proprio profondo Sud, ma certo non è la Padania santissima – abbia influito negativamente su qualità e risultati della sua esperienza professionale, l’onorevole non lo dice. Anche se per Davide Boni, capogruppo della Lega nel Consiglio regionale lombardo, non c’è da dubitare dei guasti – culturali, identitari, nutrizionali ? – inflitti a studenti e famiglie dal fatto che nelle scuole del Nord approdino continuamente insegnanti "che non sanno neanche cos’è la polenta".
affrettata a mettersi al passo con i tempi. Lungo la linea politica dell’asse Berlusconi-Bossi e sulla scia delle proposte del capo delegazione del Carroccio nella giunta regionale lombarda Davide Boni (proposte condivise sostanzialmente dallo stesso governatore lombardo Formigoni), la Gelmini in un convegno a Milano ha annunciato che ci saranno graduatorie regionali per gli insegnanti dal 2011, con vincolo di residenza. Il provvedimento in realtà si inquadra all’interno di un progetto più ambizioso che prevede anche un nuovo sistema di reclutamento dei docenti e meccanismi di carriera per gli stessi.