Integrazione

per leggere l'articolo vai  in   www.scuolaoggi.org/milano  o clicca   qui

 Un ragazzotto autistico manda al pronto soccorso la sua insegnante di sostegno. Poi butta per aria i banchi,   nella classe  solitaria dove è  “accolto” per fare integrazione. La povera insegnante è una volenterosa precaria che non ha mai visto un autistico, esperta di Orazio, ma la nomina di un anno è ghiotta  in questi anni di crisi: accumula punti. Eppure ci ha messo il cuore, ma si è trovata con dolorose ecchimosi. Naturalmente vado in ospedale, parlo con tutti, cerchiamo soluzioni….

 L’Istituto Comprensivo “Luigi Cadorna” si trova nel centro di Milano e comprende: Una scuola materna, due plessi di scuola primaria ed un plesso di scuola secondaria di primo grado.

L’utenza è molto diversificata, data la vastità del Comprensivo , che appartiene a due Zone: zona 7 e zona 8.

Gli utenti della zona 7, una materna ed una primaria, contano una quantità di alunni “stranieri” pari a circa il 40% del totale. Si tratta di alunni nati comunque in Italia e senza grande problemi linguistici, tuttavia non in possesso ancora della cittadinanza. Il rapporto con queste famiglie crea comunque problemi culturali e di gestione della comunicazione, soprattutto a livello organizzativo.

Se lo chiede Salvatore Nocera, commentando, "da siciliano addetto ai lavori", una serie di Sentenze del TAR che stanno condannando il Comune di Palermo a risarcire i danni esistenziali dovuti al ritardo nell'assegnare l'assistenza specialistica agli alunni con disabilità e soprattutto pensando al fatto che, «nella mia Sicilia debbano essere le corti di giustizia a far diventare operativa la Legge 104/92, a quasi vent'anni dalla sua approvazione!». Altri problemi, poi - dall'assistenza igienica alla formazione dei docenti curricolari - restano tuttora irrisolti nell'Isola

22 maggio, ore 10 - MILANO, Parco Trotter:  Tavola rotonda "Nei bambini, tutti i bambini, il futuro di Milano"

per leggere l'articolo   dal Sole 24 ore (rassegna stampa)   clicca  qui

Pare che ora ad Adro (Brescia) la polemica, innescata da genitori in regola col pagamento delle rette, sia sul fatto che la refezione scolastica è un optional, un servizio aggiuntivo rispetto alle lezioni e che quindi, come tale, va pagata.  Sul fatto che la mensa abbia dei costi e debba essere pagata (sulla base di tabelle diversificate secondo i redditi delle famiglie, come ad es. avviene a Milano) non ci sono dubbi. Quel che forse si dimentica e/o che lo stesso sindaco di Adro sembra ignorare è il fatto che comunque la mensa, nella scuola a tempo pieno, è parte integrante dell’orario delle lezioni, è da considerare all'interno delle attività scolastiche e non fuori.

Tra l’altro la mensa, nelle scuole a tempo pieno, non è mai stata considerata pura e semplice "ristorazione", ma momento educativo coessenziale alla crescita dell’alunno insieme al leggere scrivere far di conto ed alle attività laboratoriali. Si è sempre trattato di educazione alimentare, di momento altamente socializzante e pieno di rapporti relazionali importanti per una sana convivenza bambino-bambino e bambino-adulti di riferimento.

La scuola è il luogo fondante dell’accoglienza, dell’incontro tra persone tutte diverse per origine etnica o per cultura, è il luogo dell’apprendimento e dello scambio di esperienze. E’ il luogo in cui prende forma il futuro di un paese, dove si costruiscono le condizioni per superare le diseguaglianze, che ledono la libertà di tutti, che siano nati in Italia o in altre terre. Proprio per questo la Scuola della Costituzione può considerare i minori stranieri, presenti nelle scuole italiane, non un danno da limitare con il tetto del 30%, oppure una escrescenza da allontanare, come avviene nelle valli della "Padania" da parte dei sindaci leghisti, ma invece una grande risorsa per il nostro paese. Io credo che da parte della sinistra ci sia stata una pericolosa e subalterna timidezza, per non dire di peggio, nell’affrontare la questione dirimente dei nuovi diritti di cittadinanza, che possono trovare proprio nella scuola quel luogo democratico e di partecipazione in cui si costruiscono le condizioni per una politica di accoglienza e di integrazione, a partire dalle giovani generazioni.

Fiore all'occhiello della Lega trionfante, arriva il "permesso a punti". Un percorso a ostacoli per restare in Italia. Tra i principali, la conoscenza della lingua, al cui insegnamento però si tagliano i fondi. Ma proprio sulla base del permesso a punti si può esigere dalla politica centrale e locale un investimento sui corsi per gli immigrati. 

E’ in dirittura d’arrivo, assicura il ministro Maroni, il "permesso a punti". Il dispositivo previsto dal pacchetto sicurezza per cui lo straniero che chiede il permesso di soggiorno si impegna, al termine dei due anni di validità, a dimostrare non solo di avere un lavoro e di non aver commesso reati, ma anche di essere iscritto al Servizio Sanitario Nazionale, di essere titolare di un regolare contratto abitativo, di conoscere la Costituzione e la lingua italiana. Con un meccanismo, come a scuola, di crediti e debiti che contribuiranno variamente al raggiungimento di 30 fatidici punti. Va da sé che, in caso contrario, è prevista l’espulsione amministrativa. Tra breve, dunque, non basteranno più le forti contrarietà o i commenti indignati prevalsi finora a sinistra.

Un bel pezzo su Repubblica di Gad Lerner ("Family-day, ma non per tutti") ci induce a commentare l’ennesima "mazzata" inflitta ai bambini portatori di bisogni educativi speciali, soprattutto perché nella nostra vita professionale abbiamo speso le migliori energie a combattere ogni forma di discriminazione ed a praticare, invece, tutte le forme possibili di inclusione. Tutte quelle che il governo Berlusconi ha chiamato riforme sono state invece un modo di fare cassa con il supporto acquiescente del duo Tremonti-Gelmini, che ha saputo solo operare tagli drastici al futuro della società: la scuola e l’educazione. 

 Nella scuola primaria il modulo è stato "annichilito", il tempo-pieno è stato dissestato, mentre il ritorno al piccolo mondo antico del maestro-unico è stato scelto da meno del 3 per cento delle famiglie. Negli stati europei più avanzati si investe per la scuola fino al 6 per cento del PIL. Da noi, invece, manca tutto: supplenti, insegnanti di sostegno, fondi per il funzionamento ordinario, carta igienica, carta per fotocopie, … e , per sovrapprezzo, il "governo del fare danni" abbassa l’obbligo scolastico da 16 a 15 anni.