Dewey e l’età dei post-

In tempi di postverità, post-politica, postdemocrazia, postprogrammazione, a cento anni dal 1916, anno di prima pubblicazione del fondamentale testo di John Dewey, la rilettura è tanto doverosa quanto fertile di indicazioni per l’avvenire. La fiducia deweyana nella pur travagliata possibilità di produrre conoscenza; la sua fede nella democrazia, l’esortazione a progettare senza tentar di coartare gli uomini e le loro storie: perni ancor oggi di ogni possibile riconoscere l’educazione come sorgente e foce della democrazia. Sognando di passare dal tempo dei post- alla stagione del non-ancora e del Novum.

 

 

 

Sono tanti i Maestri

 

Contrariamente a quel che si predica in una vulgata piuttosto diffusa, nelle nostre scuole ci sono non solo insegnanti ma tanti Maestri. Certo, sempre più piacciono le scuole in cui si addestra solo per rispondere a competenze precostituite e preconfezionate , non quelle in cui si insegnano saperi e mestieri in vista del Futuro. Anche nel dopo-Berlusconi e nel dopo-Renzi piacciono le tre I, le classifiche dei successi INVALSI ed Eduscopio e non il far conoscere le strutture trasformazionali delle letterature e delle scienze.

I Maestri sono allora disconosciuti poiché ogni buon Maestro/a, dalla scuola dell’infanzia all’università, lavora anche per il tempo presente ma le sue sorgenti e il suo arco di riferimento teleologico sono ben più ampi: è contemporaneo di Parmenide e di Agostino, di Rousseau e di Wittgenstein (maestro elementare nell’Austria del primo Novecento), di Arendt e di Bertolini. E’ contemporaneo dei Maestri che insegneranno fra cento secoli. E lo è certamente di Dewey.

Di costui nell’anno che si conclude i Maestri, pur nel silenzio del MIUR e nella diffusa perdita della conoscenza dei libri che hanno fatto l’Occidente, hanno festeggiato il centenario della sua principale opera pedagogica. Opera pedagogica, dunque eminentemente filosofica; testo di pedagogia come scienza costruttiva del futuro della città attraverso l’educazione; pagine di Politica, ma di politica alta, quella politica che se ci fosse non esporrebbe alle tentazioni dell’anti-politica e ai discorsi sulla post-politica.

 

Stare rigorosamente nel mondo reale ma additare il possibile

 

Per Dewey e sulla sua scia per G.M. Bertin, P. Bertolini e A. Erbetta (chiedo scusa per i molti dimenticati), alla città e all’educazione occorre un pensare incessante, non prefabbricato, non tassonomico, che rifiuta il sedimentarsi come fatto ma si vuole sempre in atto, infinito. Serve una pedagogia come ricerca disinteressata (onestamente interessata), critica, emancipativa; forma di un con-sapere delle condizioni di possibilità d’ogni conoscere e delle sue forme storiche.

La scuola sia dunque luogo di un sapere che individua i propri principi e racconta degli altri saperi. In quanto filosofica la teoresi politico-pedagogica non potrà non essere scientifica ovvero –come Dewey raccomandava- inerente all'esperienza, problematizzante, relazionata alla letteratura, dotata di rigorosi quadri teorici di progetto e valutazione delle risultanze.

Occorre una visione ipercomplessa e multiproposizionale del soggetto pedagogico come politico;  ciò avviene quando il docente/studioso abbia capacità di far esodo dalle rappresentazioni precostruite del mondo, di trarsi fuori per immaginare altro.

Una prassi pedagogica è un’immersione nella profondità del presente costruttiva del futuro: è attività che verte non solo sul dato ma sull’aspettativa, pre-costruzione di  eventi significativi, connessione autentica (non artificiosa) e proiettiva interna/esterna ai vari soggetti del discorso.

Fare scuola come fare politica può essere un atto di corrispondenza, delineazione di un’ulteriore possibilità di attuazione dei valori. Fare scuola è far cenno a valori, pur consapevoli che la valutazione di ogni valore deriva dalla sua scelta da parte di una città, evento questo auspicabile pur se in molti casi improbabile.

 

Dewey e l’apice del concetto di Stato democratico

 

Gli studi di Dewey sulla logica hegeliana segnarono un prezioso incrociarsi del meglio della tradizione idealistica (l’idea come motore della storia) con l’eredità migliore del pragmatismo (l’idea in azione, nel suo trans-formare il mondo e realizzare l’umano).

Le letture idealistiche e l’età in cui visse portarono sì l’autore di Democrazia ed educazione  a individuare nella storia –come già Hobbes- il campo di una lotta senza fine. Ma, per Dewey, si tratta di una lotta in cui comunque le idee migliori a lungo termine in democrazia finiscono con l’affermarsi, gli stati democratici a prevalere, il male e i suoi imperi a essere sconfitti (Dewey fu interventista in entrambe le guerre mondiali). Fu la filosofia che indusse gli Stati Uniti d’America ad entrare (per fortuna nostra) in due conflitti da cui avrebbero anche potuto astenersi. Le cose, gli uomini e le istituzioni -osservava Dewey- non permangono mai uguali (nella dialettica reale, a non è mai uguale ad a)  ma evolvono dai contrasti e dalle tensioni dando luogo a ulteriorità, a nuovi stati dello Stato. Ma non –auspicava Dewey- al Leviathan nè allo Stato assoluto dell’ Hegel berlinese, bensì a uno Stato democratico e multifunzionale, ambiente di una costellazione educativa in cui i talenti di ciascuno, quale che sia la classe sociale di nascita, possano esprimersi  e concorrere a loro volta a edificare una società libera.

 

Processualità del reale e dell’educazione

 

La realtà è per Dewey processo e processo tensionale, dialettico, variamente articolato e –diremmo oggi- complesso in quanto formato da un numero enorme e variabile di variabili solo in parte soggette a controllo, molte delle quali ignote e altre che agiscono in senso mai completamente compreso dagli esistenti. Anche per questo la politica autenticamente democratica è imprevedibile e il sistema educativo non è un vero sistema ma una costellazione di fenomeni: troppi e almeno per alcuni aspetti sconosciuti i fattori e le parti in gioco.

La vita politica è –deve essere- un farsi infinito, campo di un’autorealizzazione degli individui entro una struttura di diritti e di doveri, in uno Stato aperto alla dialettica sociale così come interpretata dai suoi rappresentanti a livello federale e locale. Uno Stato multifunzionale che non si occupa solo di difesa, politica estera e giustizia, ma anche di quelle strutture come l’istruzione (preziosa perché arricchisce la democrazia della diffusione della capacità di conoscere) che non lasciano solo l’individuo nella lotta per l’esistenza.

 

Fede in una educazione democratica

 

Oltre che per il valore speculativo, le pagine del Nostro sono importanti perché evidentemente animate da autentica fede nella democrazia e anche per questo sono entrate a far parte della miglior tradizione dell’Occidente. Ricordiamoci dunque i Maestri –anche, per contrasto, quelli non democratici o anche anti-democratici (Schmitt, Nietsche)- grazie a cui in Occidente siamo riusciti a pensare la politica, l’idea cardinale di democrazia, di diritto, di rappresentanza. Spero che i nuovi maestri portino oltre il loro pensare con nuovi pensieri.  

Grazie a Dewey, il pensiero politico e pedagogico contemporaneo ha portato a centralità l’idea di democrazia sviluppandola sulla base di quelle caratteristiche fondamentali che questo è venuto assumendo sin dagli albori dell’età moderna: ovvero la creazione di un’arena politica fondata sulla ragione e sull’incontro di visioni diverse, ma pur sempre portatrice di un ordine basato sulla giustizia (Stato costituzionale di diritto). Una politica democratica è per Dewey la ‘sola via’ grazie a cui, con un po’ di ottimismo, i lupi vengono trasformati in uomini civili e gli uomini “naturali” in cittadini. E’ da Kant ed Hegel che Dewey muove per il suo concetto di razionalità, ove razionale significa struttura critica del discorso ovvero processo di analisi degli aggregati nei loro elementi costitutivi, confronto delle risultanti con i dati dell’esperienza, messa in questione e ricostruzione d’insieme in base a nuovi principi chiaramente esplicitati. L’anti-politica può giocare sull’irrazionale, la Politica no.

 

Crisi della democrazia

 

L’attuale “crisi” o disagio della democrazia non è solo una crisi di ideali, ma anche una crisi di spazi politici. Nell’epoca di una pur debole sopravvivenza del Leviatano (lo Stato di dimensione nazionale), le precedenti geografie spaziali vengono sconvolte dall’avvento della globalizzazione che mette in discussione non solo l’assetto dei valori (multiculturalismo), ma in modo particolare quello economico. Oggi i capitali viaggiano con i loro container di acritiche masse di senso da una parte del mondo e dall’altra senza che lo Stato possa esercitare alcun tipo di controllo.

Certo concorre alla crisi della democrazia anche una debolezza del sistema di istruzione. L’università oggi non dovrebbe solo dare strumenti e competenze, ma anche fornire le basi per una capacità indeterminata di conoscere.  Quella che più diffusamente ci ritroviamo, in corso di ristrutturazione organizzativa su criteri economicistici e violata nella struttura disciplinare e valutativa da logiche mercato-dipendenti, sembra invece mancare di passato e di futuro, immersa com’è nel mondo delle ideologie inesplicite e delle tecniche di gestione dell’economia temporaneamente in uso. 

Ma esistono anche piccole scuole e università in cui Maestri e Studenti fanno resistenza e pensano originalmente ; lì viene concepito e prende forma il Novum.

 

Cos’è la verità?

 

Si parla molto, oggi, di post-verità, di solito intendendo con questo una massa informativa reality free, un’ipostasi virtuale prescindente da pregnanti vincoli con quanto effettivamente sperimentabile. Post-verità è il messaggio di natura autoreferenziale, il non riconoscere alcun limite all’immaginazione strumentale e non, a volte puramente irrazionale. Post-verità sono le bufale che viaggiano nei social media ole notizie da propaganda fatte girare nelle presidenziali americane o anche certi articoli “scientifici” licenziati da referents distratti su riviste altrimenti autorevoli. 

E’ peraltro nota la critica di Dewey all’idea dogmatica di verità come mero rispecchiamento dell’esistente. Anche i più semplici degli oggetti conoscibili, una gomma d'automobile, un sasso, un'ameba, sfuggono nella loro verità profonda e definitiva alla conoscenza del ricercatore, il quale non si avvicina mai a questa verità ma compie solo passi in avanti (spesso indietro) nel proprio cammino verso la conoscenza di ciò intorno a cui argomenta. E’ mentre si approssima, con il suo agire inconsapevolmente la trasforma; la altera quando pretende di conoscerla indipendentemente dal contesto. Ma Dewey invita anche al rispetto dei dati, della condivisibilità delle esperienze, della giusta inquadratura dei rapporti del particolare con il generale. Della cronaca con la storia.

Il vero –scriveva Hegel- è l’Intero. Oggi la cultura di massa, non senza contributi di parti della scuola superiore e soprattutto dell’università, tende a propagare un sapere settoriale, specialistico; tende a chiudere chi insegna e studia in cortili murati, senza aperture agli altri saperi, al trascendentale e al trascendente. Secoli e secoli di eventi e interpretazioni interconnesse riescono per fortuna nella  maggior parte del mondo dell’istruzione a costituire un fondamento imprescindibile, una terraferma garantita dalla sedimentazione degli atti ermeneutici. Gli eventi oscillano; le tradizioni interpretative sono apparati di stabilizzazione nella rappresentazione degli eventi. Si spengono un poco, si mescolano con altre, senza mai finire, dando luogo a nuovi nuclei di cultura e di scienza.

 

Nuclei didattici del Novum

 

I Maestri cercano; dunque sanno. Sanno e insegnano che far cenno al futuro è possibile solo da tradizioni di politica democratica e di conoscenza filosoficamente fondate: dalla matematica alla medicina alla politica alla stessa ingegneria tutti i saperi avrebbero bisogno di trovare una radice e un inizio filosofici. E di trarre alla fine un bilancio pedagogico dei propri risultati. Occorre –per dirla questa volta con il vituperato Gentile- un pensiero pensante (incessante, non prefabbricato, non tassonomico, che rifiuta la costituzione come fatto ma si vuole sempre in atto, infinito come il verum, indeterminato come il Novum). Sono tanti i Maestri che con i loro Alunni nonostante tutto fanno ricerca disinteressata, ovvero onestamente interessata e prescindente dalle strutture ufficiali di riconoscimento; ricerca critica, emancipativa, creativa: didattica del Novum.

 

Bibliografia

 

J. Dewey (1916)  Democrazia ed educazione ed it. La Nuova Italia, Scandicci 1966

P. Bertolini  L’esistere pedagogico La Nuova Italia, Scandicci 1990

G. Boselli Postprogrammazione La Nuova Italia, Scandicci 1998 2.a

C. Galli, L’età moderna e l’età globale, Bologna, Il Mulino, 2001

A. Erbetta (a cura di) Senso della politica e fatica di pensare CLUEB Bologna 2003

C. Church Postdemocrazia, Laterza, Roma-Bari, 2003

A. Melucci Ri-pensare l’educazione negli scenari del post-umano  in Encyclopaideia n. 46 2016 Unibo

 

 

 

 

 

(1) C. Church sostiene che siamo in una situazione postdemocratica il cui il nuovo sovrano è costituito dalle aziende con forti apparati di propaganda politica o direttamente mascherate da partiti e con leader “carismatici”, ove il carisma è proporzionale alla pressione che l’apparato tecnico è in grado di determinare. Al tradizionale tipo ideale di democrazie (sempre, invero, oggetto di manipolazione) un nuovo idealtipo sta prendendo piede e nuovi tipi di partito privatistico si affermano come Forza Italia di Berlusconi o –diremmo oggi- il PD di Renzi o il M5S di Grillo & Casaleggio. Nello stato post-democratico i burocrati devono uniformarsi agli indirizzi delle aziende che controllano il governo e gli impiegati sono indotti da sistemi di incentivi/punizioni a servire più il governante che la funzione pubblica. Niente dibattiti in cui il pubblico influisca almeno un poco sui relatori ma ideologia servita direttamente nelle case grazie a internet e altri media.

Crescono così la frustrazione/rassegnazione di intellettuali e docenti in quanto tali e l’apatia delle classi non privilegiate; chi non è in condizione privilegiata si disaffeziona alla politica, perde speranza. Potere e ricchezza coincidono sempre di più e si allarga la differenza fra le nuove oligarchie e chi non ne fa parte. Chi governa non ha più limiti e continua comunque a dichiarare troppo limitato il proprio potere.

 

 

 

 

In tempi di postverità, post-politica, postdemocrazia, postprogrammazione, a cento anni dal 1916, anno di prima pubblicazione del fondamentale testo di John Dewey, la rilettura è tanto doverosa quanto fertile di indicazioni per l’avvenire. La fiducia deweyana nella pur travagliata possibilità di produrre conoscenza; la sua fede nella democrazia, l’esortazione a progettare senza tentar di coartare gli uomini e le loro storie: perni ancor oggi di ogni possibile riconoscere l’educazione come sorgente e foce della democrazia. Sognando di passare dal tempo dei post- alla stagione del non-ancora e del Novum.

 

 

Sono tanti i Maestri

 

Contrariamente a quel che si predica in una vulgata piuttosto diffusa, nelle nostre scuole ci sono non solo insegnanti ma tanti Maestri. Certo, sempre più piacciono le scuole in cui si addestra solo per rispondere a competenze precostituite e preconfezionate , non quelle in cui si insegnano saperi e mestieri in vista del Futuro. Anche nel dopo-Berlusconi e nel dopo-Renzi piacciono le tre I, le classifiche dei successi INVALSI ed Eduscopio e non il far conoscere le strutture trasformazionali delle letterature e delle scienze.

I Maestri sono allora disconosciuti poiché ogni buon Maestro/a, dalla scuola dell’infanzia all’università, lavora anche per il tempo presente ma le sue sorgenti e il suo arco di riferimento teleologico sono ben più ampi: è contemporaneo di Parmenide e di Agostino, di Rousseau e di Wittgenstein (maestro elementare nell’Austria del primo Novecento), di Arendt e di Bertolini. E’ contemporaneo dei Maestri che insegneranno fra cento secoli. E lo è certamente di Dewey.

Di costui nell’anno che si conclude i Maestri, pur nel silenzio del MIUR e nella diffusa perdita della conoscenza dei libri che hanno fatto l’Occidente, hanno festeggiato il centenario della sua principale opera pedagogica. Opera pedagogica, dunque eminentemente filosofica; testo di pedagogia come scienza costruttiva del futuro della città attraverso l’educazione; pagine di Politica, ma di politica alta, quella politica che se ci fosse non esporrebbe alle tentazioni dell’anti-politica e ai discorsi sulla post-politica.

 

Stare rigorosamente nel mondo reale ma additare il possibile

 

Per Dewey e sulla sua scia per G.M. Bertin, P. Bertolini e A. Erbetta (chiedo scusa per i molti dimenticati), alla città e all’educazione occorre un pensare incessante, non prefabbricato, non tassonomico, che rifiuta il sedimentarsi come fatto ma si vuole sempre in atto, infinito. Serve una pedagogia come ricerca disinteressata (onestamente interessata), critica, emancipativa; forma di un con-sapere delle condizioni di possibilità d’ogni conoscere e delle sue forme storiche.

La scuola sia dunque luogo di un sapere che individua i propri principi e racconta degli altri saperi. In quanto filosofica la teoresi politico-pedagogica non potrà non essere scientifica ovvero –come Dewey raccomandava- inerente all'esperienza, problematizzante, relazionata alla letteratura, dotata di rigorosi quadri teorici di progetto e valutazione delle risultanze.

Occorre una visione ipercomplessa e multiproposizionale del soggetto pedagogico come politico;  ciò avviene quando il docente/studioso abbia capacità di far esodo dalle rappresentazioni precostruite del mondo, di trarsi fuori per immaginare altro.

Una prassi pedagogica è un’immersione nella profondità del presente costruttiva del futuro: è attività che verte non solo sul dato ma sull’aspettativa, pre-costruzione di  eventi significativi, connessione autentica (non artificiosa) e proiettiva interna/esterna ai vari soggetti del discorso.

Fare scuola come fare politica può essere un atto di corrispondenza, delineazione di un’ulteriore possibilità di attuazione dei valori. Fare scuola è far cenno a valori, pur consapevoli che la valutazione di ogni valore deriva dalla sua scelta da parte di una città, evento questo auspicabile pur se in molti casi improbabile.

 

Dewey e l’apice del concetto di Stato democratico

 

Gli studi di Dewey sulla logica hegeliana segnarono un prezioso incrociarsi del meglio della tradizione idealistica (l’idea come motore della storia) con l’eredità migliore del pragmatismo (l’idea in azione, nel suo trans-formare il mondo e realizzare l’umano).

Le letture idealistiche e l’età in cui visse portarono sì l’autore di Democrazia ed educazione  a individuare nella storia –come già Hobbes- il campo di una lotta senza fine. Ma, per Dewey, si tratta di una lotta in cui comunque le idee migliori a lungo termine in democrazia finiscono con l’affermarsi, gli stati democratici a prevalere, il male e i suoi imperi a essere sconfitti (Dewey fu interventista in entrambe le guerre mondiali). Fu la filosofia che indusse gli Stati Uniti d’America ad entrare (per fortuna nostra) in due conflitti da cui avrebbero anche potuto astenersi. Le cose, gli uomini e le istituzioni -osservava Dewey- non permangono mai uguali (nella dialettica reale, a non è mai uguale ad a)  ma evolvono dai contrasti e dalle tensioni dando luogo a ulteriorità, a nuovi stati dello Stato. Ma non –auspicava Dewey- al Leviathan nè allo Stato assoluto dell’ Hegel berlinese, bensì a uno Stato democratico e multifunzionale, ambiente di una costellazione educativa in cui i talenti di ciascuno, quale che sia la classe sociale di nascita, possano esprimersi  e concorrere a loro volta a edificare una società libera.

 

Processualità del reale e dell’educazione

 

La realtà è per Dewey processo e processo tensionale, dialettico, variamente articolato e –diremmo oggi- complesso in quanto formato da un numero enorme e variabile di variabili solo in parte soggette a controllo, molte delle quali ignote e altre che agiscono in senso mai completamente compreso dagli esistenti. Anche per questo la politica autenticamente democratica è imprevedibile e il sistema educativo non è un vero sistema ma una costellazione di fenomeni: troppi e almeno per alcuni aspetti sconosciuti i fattori e le parti in gioco.

La vita politica è –deve essere- un farsi infinito, campo di un’autorealizzazione degli individui entro una struttura di diritti e di doveri, in uno Stato aperto alla dialettica sociale così come interpretata dai suoi rappresentanti a livello federale e locale. Uno Stato multifunzionale che non si occupa solo di difesa, politica estera e giustizia, ma anche di quelle strutture come l’istruzione (preziosa perché arricchisce la democrazia della diffusione della capacità di conoscere) che non lasciano solo l’individuo nella lotta per l’esistenza.

 

Fede in una educazione democratica

 

Oltre che per il valore speculativo, le pagine del Nostro sono importanti perché evidentemente animate da autentica fede nella democrazia e anche per questo sono entrate a far parte della miglior tradizione dell’Occidente. Ricordiamoci dunque i Maestri –anche, per contrasto, quelli non democratici o anche anti-democratici (Schmitt, Nietsche)- grazie a cui in Occidente siamo riusciti a pensare la politica, l’idea cardinale di democrazia, di diritto, di rappresentanza. Spero che i nuovi maestri portino oltre il loro pensare con nuovi pensieri.  

Grazie a Dewey, il pensiero politico e pedagogico contemporaneo ha portato a centralità l’idea di democrazia sviluppandola sulla base di quelle caratteristiche fondamentali che questo è venuto assumendo sin dagli albori dell’età moderna: ovvero la creazione di un’arena politica fondata sulla ragione e sull’incontro di visioni diverse, ma pur sempre portatrice di un ordine basato sulla giustizia (Stato costituzionale di diritto). Una politica democratica è per Dewey la ‘sola via’ grazie a cui, con un po’ di ottimismo, i lupi vengono trasformati in uomini civili e gli uomini “naturali” in cittadini. E’ da Kant ed Hegel che Dewey muove per il suo concetto di razionalità, ove razionale significa struttura critica del discorso ovvero processo di analisi degli aggregati nei loro elementi costitutivi, confronto delle risultanti con i dati dell’esperienza, messa in questione e ricostruzione d’insieme in base a nuovi principi chiaramente esplicitati. L’anti-politica può giocare sull’irrazionale, la Politica no.

 

Crisi della democrazia

 

L’attuale “crisi” o disagio della democrazia non è solo una crisi di ideali, ma anche una crisi di spazi politici. Nell’epoca di una pur debole sopravvivenza del Leviatano (lo Stato di dimensione nazionale), le precedenti geografie spaziali vengono sconvolte dall’avvento della globalizzazione che mette in discussione non solo l’assetto dei valori (multiculturalismo), ma in modo particolare quello economico. Oggi i capitali viaggiano con i loro container di acritiche masse di senso da una parte del mondo e dall’altra senza che lo Stato possa esercitare alcun tipo di controllo.

Certo concorre alla crisi della democrazia anche una debolezza del sistema di istruzione. L’università oggi non dovrebbe solo dare strumenti e competenze, ma anche fornire le basi per una capacità indeterminata di conoscere.  Quella che più diffusamente ci ritroviamo, in corso di ristrutturazione organizzativa su criteri economicistici e violata nella struttura disciplinare e valutativa da logiche mercato-dipendenti, sembra invece mancare di passato e di futuro, immersa com’è nel mondo delle ideologie inesplicite e delle tecniche di gestione dell’economia temporaneamente in uso. 

Ma esistono anche piccole scuole e università in cui Maestri e Studenti fanno resistenza e pensano originalmente ; lì viene concepito e prende forma il Novum.

 

Cos’è la verità?

 

Si parla molto, oggi, di post-verità, di solito intendendo con questo una massa informativa reality free, un’ipostasi virtuale prescindente da pregnanti vincoli con quanto effettivamente sperimentabile. Post-verità è il messaggio di natura autoreferenziale, il non riconoscere alcun limite all’immaginazione strumentale e non, a volte puramente irrazionale. Post-verità sono le bufale che viaggiano nei social media ole notizie da propaganda fatte girare nelle presidenziali americane o anche certi articoli “scientifici” licenziati da referents distratti su riviste altrimenti autorevoli. 

E’ peraltro nota la critica di Dewey all’idea dogmatica di verità come mero rispecchiamento dell’esistente. Anche i più semplici degli oggetti conoscibili, una gomma d'automobile, un sasso, un'ameba, sfuggono nella loro verità profonda e definitiva alla conoscenza del ricercatore, il quale non si avvicina mai a questa verità ma compie solo passi in avanti (spesso indietro) nel proprio cammino verso la conoscenza di ciò intorno a cui argomenta. E’ mentre si approssima, con il suo agire inconsapevolmente la trasforma; la altera quando pretende di conoscerla indipendentemente dal contesto. Ma Dewey invita anche al rispetto dei dati, della condivisibilità delle esperienze, della giusta inquadratura dei rapporti del particolare con il generale. Della cronaca con la storia.

Il vero –scriveva Hegel- è l’Intero. Oggi la cultura di massa, non senza contributi di parti della scuola superiore e soprattutto dell’università, tende a propagare un sapere settoriale, specialistico; tende a chiudere chi insegna e studia in cortili murati, senza aperture agli altri saperi, al trascendentale e al trascendente. Secoli e secoli di eventi e interpretazioni interconnesse riescono per fortuna nella  maggior parte del mondo dell’istruzione a costituire un fondamento imprescindibile, una terraferma garantita dalla sedimentazione degli atti ermeneutici. Gli eventi oscillano; le tradizioni interpretative sono apparati di stabilizzazione nella rappresentazione degli eventi. Si spengono un poco, si mescolano con altre, senza mai finire, dando luogo a nuovi nuclei di cultura e di scienza.

 

Nuclei didattici del Novum

 

I Maestri cercano; dunque sanno. Sanno e insegnano che far cenno al futuro è possibile solo da tradizioni di politica democratica e di conoscenza filosoficamente fondate: dalla matematica alla medicina alla politica alla stessa ingegneria tutti i saperi avrebbero bisogno di trovare una radice e un inizio filosofici. E di trarre alla fine un bilancio pedagogico dei propri risultati. Occorre –per dirla questa volta con il vituperato Gentile- un pensiero pensante (incessante, non prefabbricato, non tassonomico, che rifiuta la costituzione come fatto ma si vuole sempre in atto, infinito come il verum, indeterminato come il Novum). Sono tanti i Maestri che con i loro Alunni nonostante tutto fanno ricerca disinteressata, ovvero onestamente interessata e prescindente dalle strutture ufficiali di riconoscimento; ricerca critica, emancipativa, creativa: didattica del Novum.

 

Bibliografia

 

J. Dewey (1916)  Democrazia ed educazione ed it. La Nuova Italia, Scandicci 1966

P. Bertolini  L’esistere pedagogico La Nuova Italia, Scandicci 1990

G. Boselli Postprogrammazione La Nuova Italia, Scandicci 1998 2.a

C. Galli, L’età moderna e l’età globale, Bologna, Il Mulino, 2001

A. Erbetta (a cura di) Senso della politica e fatica di pensare CLUEB Bologna 2003

C. Church Postdemocrazia, Laterza, Roma-Bari, 2003

A. Melucci Ri-pensare l’educazione negli scenari del post-umano  in Encyclopaideia n. 46 2016 Unibo

 

 

 

 

 

(1) C. Church sostiene che siamo in una situazione postdemocratica il cui il nuovo sovrano è costituito dalle aziende con forti apparati di propaganda politica o direttamente mascherate da partiti e con leader “carismatici”, ove il carisma è proporzionale alla pressione che l’apparato tecnico è in grado di determinare. Al tradizionale tipo ideale di democrazie (sempre, invero, oggetto di manipolazione) un nuovo idealtipo sta prendendo piede e nuovi tipi di partito privatistico si affermano come Forza Italia di Berlusconi o –diremmo oggi- il PD di Renzi o il M5S di Grillo & Casaleggio. Nello stato post-democratico i burocrati devono uniformarsi agli indirizzi delle aziende che controllano il governo e gli impiegati sono indotti da sistemi di incentivi/punizioni a servire più il governante che la funzione pubblica. Niente dibattiti in cui il pubblico influisca almeno un poco sui relatori ma ideologia servita direttamente nelle case grazie a internet e altri media.

Crescono così la frustrazione/rassegnazione di intellettuali e docenti in quanto tali e l’apatia delle classi non privilegiate; chi non è in condizione privilegiata si disaffeziona alla politica, perde speranza. Potere e ricchezza coincidono sempre di più e si allarga la differenza fra le nuove oligarchie e chi non ne fa parte. Chi governa non ha più limiti e continua comunque a dichiarare troppo limitato il proprio potere.